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Full text of "Bollettini ECN Milano"

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a cura di ecn milano 


TOSSICODIPENDENZE 





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Speciale droghe & tossicodipendenze 


INDICE DEI CONTENUTI 


1 

2 

3 

4 

5 

6 
7 


Al 1 792. ITA 

(23/05/92) (da SIDAnet) 

Contraddizioni errori bugie nel rapporto Jervoiino 

MODELLI.TXT 

(25 / 03 / 92) (da SIDAnet) 

Modelli di legalizzazione 

BOI 

SELETTIV.TXT 

(26/12/90) (da SIDAnet) 

Teorie delle tossicodipendenze: 
la selettività' delle terapie 


METADONE.TXT 

(08 / 03 / 92) (da SIDAnet) 

li metadone 


A32391 .ITA 

(03 / 06 / 92) (da SIDAnet) 

La cocaina 


A19889.ITA 

(23 / 05 / 92) (da SIDAnet) 

Droghe: l'esperinza olandese 


A48889.ITA 

(11 /07/92) (da SIDAnet) B 11 

Confronto terapie tossicodipendenza Italia/USA 



ecn milano 








tossicodipendenze 


1 File: All 792.ITA 


CONTRADDIZIONI, ERRORI E BUGIE 
DEL RAPPORTO JERVOLINO. 

a cura di Carla Rossi (Coordinatrice del CO.R.A - 

OLD) 

SOMMARIO: 

1. E' proprio vero che la popolazione tossicodi- 
pendente sta invecchiando? Se è vero, perché 
questo accade? 

2. Quanti sono veramente i decessi per droga? 

3. E' vero che la 1 62/90 fa "emergere 1 ' i tossicodi- 
pendenti? 

4. 1 tossicodipendenti, il Carcere e l'HIV 

5. Quanto incidono i sequestri sul mercato della 

droga? 


Prologo 

Qualche anno fa, durante un breve soggiorno a 
Londra, mi sono lasciata tentare da un libretto della 
serie "Pelikan" il cui titolo suonava suggestivo: 
HOWTO LIE WITH STATISTICS, firmato da Darrel 
Huff. Non immaginavo, allora, che avrei visto 
l'applicazione puntuale di tutte le regole negli an- 
nuali rapporti del Ministro Jervolino sull'andamento 
del fenomeno "tossicodipendenza". 

Per chiarire questa tesi partirò da alcuni punti 
chiave, messi particolarmente in luce dal Ministro 
stesso nel corso della Conferenza Stampa di pre- 
sentazione del rapporto il giorno 11/2/92. 

A parziale "discolpa" del Ministro c'è però da rile- 
vare che finora, nessuna analisi "governativa" sui 
dati dell'Osservatorio del Ministero degli Interni è 
stata supportata dal parere di qualificati esperti 
statistici. Questo deve far riflettere perché nasce il 
sospetto che gli scienziati "veri" non se la sentano 
di sostenere tesi insostenibili, quali sono quelle 
affermate da Russo Jervolino, che sono ormai da 
considerarsi solo come prese di posizione di tipo 
ideologico, piuttosto che valutazioni basate su 
analisi rigorose. 


1. E' proprio vero che la popolazione tossicodi- 
pendente sta invecchiando? Se è vero, perché 
questo accade? 

Sia il Ministro che il Prefetto Sotgiu hanno eviden- 
ziato che dall'analisi dei dati sui decessi per over- 
dose, che non sono ancora definitivi per quanto 
riguarda il numero relativo al 1991 e sono co- 


munque sospetti di sostanziale sottostima, appare 
che l'età media al decesso e la percentuale di de- 
ceduti ultratrentenni siano aumentate rispetto a 
quelle relative all'anno, e agli anni, precedenti. Da 
questo "deducono" che, probabilmente per merito 
della legge, è diminuita l'incidenza di nuovi ingressi 
in età giovanili nel circuito della droga. 

Sembra sfuggire al nostro Ministro, che pur do- 
vrebbe occuparsi di tematiche giovanili in generale, 
che l'Italia è il Paese Europeo con il più basso 
tasso di natalità e che la popolazione sta invec- 
chiando ormai da anni, come ci avvertono i 
Demografi e i Sociologi, che trattano con preoc- 
cupazione i problemi emergenti degli anziani che, 
sempre in maggior numero, sono sulle spalle di 
una società con delle classi lavorative sempre più 
esigue. Questo fenomeno demografico, se da una 
parte ha risolto senza necessità di particolari in- 
terventi, per esempio, il problema dei doppi turni 
nella scuola, dall'altra ha condotto a provvedimenti 
che hanno innalzato le età pensionabili in sempre 
più numerosi settori pubblici e privati. Si tenga 
inoltre presente che persino la popolazione uni- 
versitaria, nonostante una cresciuta richiesta indi- 
viduale di istruzione, è ormai pressoché stabile. 
Non è chiaro perché ci si dovrebbe meravigliare 
che anche la dinamica della popolazione tossico- 
dipendente segua lo stesso trend naturale e invo- 
care l'impatto di normative sulla droga per giustifi- 
care quello che è un andamento del tutto necessa- 
rio, data la situazione demografica generale. Il fe- 
nomeno emerge chiaramente dai dati dell'indagine 
multicentrica dell'OMS, già citata in precedenza. 
Dall'analisi delle distribuzioni per età nelle 5 città 
campione ( Milano, Roma, Venezia, Napoli, 
Cagliari), si evidenzia un trend NordSud. Infatti la 
popolazione tossicodipendente del Nord è più 
"anziana", riproducendo la distribuzione per età 
della popolazione generale, dato che il fenomeno 
dell'invecchiamento della popolazione, dovuto alla 
riduzione della natalità, è stato più sensibile al 
Nord. Se si considera, inoltre, che al Nord si con- 
centra la maggior parte dei tossicodipendenti e 
quindi anche la maggior parte dei decessi, è evi- 
dente che la dinamica delle età riproduce essen- 
zialmente quella esistente nelle zone settentrionali. 
Non bisogna chiedersi quanti siano in assoluto i 
nuovi ingressi nel circuito della droga nelle classi di 
età più giovanili, ma quale sia la proporzione dei 
nuovi ingressi in ogni classe di età, occorre cioè 
rapportare il numero di ingressi che si verificano al 
numero totale di individui presenti in quella classe 
di età, in modo da "normalizzare" il dato rispetto 
alla riduzione di natalità osservata negli ultimi 20 
anni. Facendo questo si scoprirebbe che è la di- 


1 





tossicodipendenze 


namica naturale della popolazione che sta ren- 
dendo meno drammatico il fenomeno dei nuovi in- 
gressi nel circuito della droga, ed è certamente un 
errore (o una menzogna?) attribuire questo feno- 
meno ad altro. E' anzi probabile che il dato norma- 
lizzato mostrerebbe ancora un aumento significa- 
tivo degli ingressi giovanili. 

Del resto quest'ultimo fenomeno può meglio es- 
sere evidenziato dall'andamento delle riforme per 
tossicodipendenza in ambito militare, che riguar- 
dano, per l'appunto, le età più giovanili. Si passa 
infatti dalle 760 riforme dei 1986, alle 765 del 1987, 
776 del 1988, 750 del 1989, 907 del 1990, mentre 
si afferma che: “i dati relativi al 1 991 , per quanto 
ancora incompleti ed affidati a proiezioni statisti- 
che, evidenziano un ulteriore incremento comples- 
sivo del fenomeno. 

L'entrata in vigore della legge 26 giugno 1990, con 
le modifiche previste in tema di provvedimenti me- 
dico legali, non permette per altro di raffrontare i 
dati del 1991 con quelli degli anni precedenti. 
Ciononostante appare evidente l'incremento del 
fenomeno". 


2. Quanti sono veramente i decessi per droga? 

Per quanto riguarda l'aumento del numero dei 
decessi attribuiti ufficialmente alla droga, occorre 
osservare che ia percentuale riportata nei rapporto, 
circa il 10%, è certamente affetta da sottovaluta- 
zione dovuta a ritardi di notifica. 

Utilizzando le informazioni relative all'anno prece- 
dente, prendiamo per buoni i dati ufficiali, e sup- 
ponendo che mediamente non ci siano state va- 
riazioni sul trend dei ritardi, si può stimare che 
l'aumento percentuale annuale dei decessi si atte- 
sterà attorno all'11%. Sarebbe stato opportuno al- 
meno citare il problema, come viene correttamente 
fatto, per esempio, nei rapporti del Centro 
Operativo AIDS riguardo all'epidemia in atto. 
Anche questa omissione sistematica annuale è un 
errore statistico e una bugia politica. Ma quello che 
più preoccupa è che, da una parte si istituisce un 
gruppo di lavoro (Coordinato dal Senatore 
Condorelli) per pervenire ad una definizione 
"scientifica" di “caso" a proposito delle morti per 
droga, dall'altra non è chiaro quali e quante morti 
vengano attualmente classificate come tali e in 
base a quale criterio. E' possibile comunque, anzi 
è fortemente sospetto, che ci sia una sostanziale 
sottostima. 

Il sospetto ci viene dall'analisi comparativa dei dati 
ministeriali con alcuni dati regionali rilevati alla 
fonte. Riportiamo di seguito (in fondo al testo) la 


tabella relativa ai decessi per droga di tossicodi- 
pendenti in corso di terapia presso i centri della 
regione Lombardia negli ultimi anni. (Tab. A) 


E abbastanza inverosimile che la maggior parte 
dei decessi riguardi persone in terapia e che si ve- 
rifichi un trend in crescita per la relativa percen- 
tuale rispetto al totale dichiarato. Aspettiamo i dati 
del 1991 e la conferma di quelli del 90 per trarre 
conclusioni certe, ma in ogni caso i numeri della 
tabella debbono far riflettere. 

Dalla regione Lazio ci viene invece non un so- 
spetto, ma una certezza. Infatti, dai dati del si- 
stema di sorveglianza sulla mortalità 
dell'Osservatorio Epidemiologico regionale, ap- 
prendiamo che nel 1989 (i dati del 1990 non sono 
ancora disponibili) si sono verificati nel Lazio 131 
decessi per droga (di cui 114 a Roma e 17 altrove) 
mentre il rapporto Jervolino del 1991 riporta per lo 
stesso anno solo 99 decessi in tutta la regione, con 
una sottostima pari al 32%. 

Se si riflette sul fatto che non c'era nessun inte- 
resse un anno fa a nascondere i morti del 1989 
(anzi!), il sospetto su possibili sottostime ancora 
più rilevanti per gli anni successivi si rafforza. 

Per tali anni non disponiamo ancora di dati defini- 
tivi, ma da alcune informazioni e proiezioni si può 
stimare che: 

- nel ‘90 ci sia stato nel Lazio un incremento dei 
decessi pari a circa il 28% rispetto al 1 989; 

- a Roma l'incremento del II semestre '90 rispetto 
al I semestre sia stato del 32% (il passaggio tra i 
due semestri precedenti era stato del 21%); 

- l'incremento a Roma del I semestre '91 rispetto al 
I semestre '90 è stato del 27%, mentre non risulta 
alcun aumento nel passaggio tra il II semestre '90 
e il I semestre '91 (ma potrebbero ancora esserci 
ritardi di notifica); 

- la sottostima dei dati dell'Osservatorio del 
Ministero dell'Interno oscilla intorno al 25% per il 
1990 (- 32% perii 1989); 

- se si prendono per buoni i dati del Rapporto 
Jervolino nella seconda metà del '91 in tutto il 
Lazio non ci sarebbero stati più di 30 decessi con- 
tro un ordine di grandezza di fra 70 e 90 nel I se- 
mestre solo a Roma. 


3. E' vero che la 162/90 fa "emergere" i tossico- 
dipendenti? 

Un'altra "bugia" è relativa al cosiddetto fenomeno 
dell'emersione. Si dice nel rapporto che il mecca- 
nismo delle segnalazioni al Prefetto favorisce 


2 




tossicodipendenze 


l'avvicinamento dei tossicodipendenti ai Servizi 
Pubblici anziché, come sostenuto dagli oppositori 
della legge, la loro maggiore clandestinità. A sup- 
porto di questa tesi si riporta l'aumento, in verità ir- 
rilevante rispetto al numero totale stimato dei tos- 
sicodipendenti italiani, come abbiamo già fatto 
osservare in precedenti interventi, degli utenti dei 
servizi (ricordiamo inoltre che esistono indizi che 
portano ad affermare che gran parte dei decessi 
riguarda proprio tali utenti e che comunque anche 
questi dati sono probabilmente inaffidabili). 
Riguardo ai dati sulle utenze dei servizi pubblici c'è 
il sospetto che gran parte dell'aumento relativo al 
1991 sia dovuto agli invii "coatti" da parte dei 
Prefetti e che si sia invece verificata una rilevante 
diminuzione delle utenze spontanee. Ancora una 
volta risulta impossibile verificare puntualmente 
questa ipotesi essendo i dati ufficiali relativi alle 
utenze dei servizi pubblici e agli invii delle 
Prefetture forniti sulla base di periodi di tempo dif- 
ferenti e inconfrontabili. Questa è un'altra prova 
dell'incapacità dell'Osservatorio del Ministero 
dell'Interno a svolgere un efficiente lavoro di analisi 
e informazione (oppure della volontà di masche- 
rare dati imbarazzanti?). 

A smentire ulteriormente la benefica azione della 
legge sull'emersione si possono riportare i risultati 
di alcune analisi svolte presso il Centro Operativo 
AIDS (COA), in corso di pubblicazione su riviste 
scientifiche o presentate ufficialmente nel corso di 
seminari. 

Da una parte, dall'analisi dei dati relativi al più 
grande studio italiano di follow up di sieropositivi si 
è evidenziato che la prosecuzione dell'abitudine 
all'uso endovenoso di droghe non ha un'influenza 
significativa sul decorso della malattia. Dall'altra, 
analisi effettuate dal Professor Marcello Pagano, 
sulla sopravvivenza dei malati di AIDS italiani, 
suddivisi in classi di rischio, ha evidenziato, negli 
ultimi anni un miglioramento progressivo della 
prognosi, misurata in termini di sopravvivenza me- 
diana, per quanto riguarda gli omosessuali, e un 
peggioramento per quanto riguarda i tossicodi- 
pendenti e gli altri (eterosessuali, trasfusi ecc.). 
L'interpretazione del fenomeno, fornita dallo stesso 
studioso, è che la maggiore sopravvivenza è da 
ricondursi esclusivamente ad una diagnosi più 
precoce e che, quindi, quello che sembra essere 
successo negli ultimi tempi è un progressivo al- 
lontanamento dei tossicodipendenti da Servizi che 
permettono di effettuare diagnosi precoci. Per 
quanto riguarda i casi eterosessuali il ritardo è 
forse attribuibile ad una minore attenzione a sin- 
tomi sospetti, dovuta al fatto di non essere sempre 
a conoscenza della possibilità di essere stati con- 


tagiati, proprio per il fatto di non appartenere ad 
uno dei classici "gruppi a rischio". Proprio la disin- 
formazione introdotta dalla terminologia "gruppo a 
rischio" anziché, più correttamente, 
"comportamento a rischio", può causare un limitato 
livello di attenzione tra i soggetti con comporta- 
menti eterosessuali. 

Da tutti questi dati sembrerebbe proprio che i tos- 
sicodipendenti, almeno quelli sieropositivi, vivano 
in una situazione di maggiore clandestinità rispetto 
al passato. 


4. 1 tossicodipendenti, il Carcere e l'HIV. 

La 162/90 ufficialmente non manda i tossicodi- 
pendenti in carcere, a meno che non siano recidivi 
e riottosi. In carcere devono andare gli spacciatori 
e i delinquenti comuni. 

Purtroppo però la legge italiana, unica tre le legi- 
slazioni europee (e forse mondiali), prevede una 
definizione automatica di spacciatore che, esone- 
rando da noiose indagini sull'effettivo comporta- 
mento dell'Imputato, permette di classificare un in- 
dividuo come tale solo sulla base della quantità di 
sostanza trovata in suo possesso. 

Questo ha fatto si' che siano stati effettuati circa 
1000 arresti, su un totale di 22.000 nel 1991, rela- 
tivi a persone, spesso molto giovani, che non 
possedevano più di 5 grammi di hashish. In alcuni 
di questi casi l'effetto per la persona è stato deva- 
stante (si è anche arrivati al suicidio in carcere). 
Nelle tabelle che seguono (vedi in fondo ai testo) si 
riporta la situazione relativa ai tossicodipendenti in 
carcere rilevata alla fine del 1 990 e in due succes- 
sivi momenti nei corso del 1991. (Tab. B; 1 e 2) 

Come si vede dalla tabella 1, nel 1991 è andata 
progressivamente aumentando la popolazione 
carceraria e, in particolare, sono aumentati i tos- 
sicodipendenti detenuti. Dalla tabella 2 si evidenzia 
inoltre il fatto che, pur aumentando anche i siero- 
positivi detenuti, questa caratteristica riguarda via 
via sempre meno i tossicodipendenti mentre co- 
minciano ad aumentare i sieropositivi non appar- 
tenenti a questo "gruppo a rischio", cioè quelli che 
sono stati contagiati da rapporti sessuali piuttosto 
che da scambi di siringhe. In altre parole, anche 
all'interno del carcere, si comincia ad evidenziare 
un rilevante avvio della terza epidemia, dopo 
quella tra gli omosessuali e quella relativa ai tos- 
sicodipendenti, l'epidemia eterosessuale tra- 
smessa, principalmente, attraverso contatti con 
partner tossicodipendente. In particolare, di tali 
casi il 64% delle malate non appartenenti a gruppi 


3 




tossicodipen denze 


a rischio deve il contagio a rapporti con un partner 
tossicodipendente. 

L'inizio della terza epidemia si evidenzia anche nel 
rapporto COA al 31/1 2/91 . 

Per la prima volta i casi eterosessuali femminili 
superano quelli maschili e sono per lo più tra- 
smessi da tossicodipendenti. 

Nelle tabelle che seguono sono riportati altri dati 
più analitici, relativi alla situazione carceraria e agii 
arresti, che non hanno bisogno di particolare com- 
menti. 

Un dato interessante, che deve far riflettere, 
emerge dall'analisi della tabella (scheda 4, riepi- 
logo, pag. 159). Infatti si riscontra che il 60% degli 
ingressi in carcere avviene per reati previsti dall'art. 
73 della 162/90 (questo dato conferma le stime 
correnti che circa il 70% dei procedimenti penali 
riguardi fatti di droga), che vengono commessi solo 
per il 50% da tossicodipendenti, mentre ben il 36% 
dei reati comuni, il cui autore è detenuto, risulta 
commesso da tossicodipendenti. Se si considera 
che, in base ai dati generali sulla microcriminalità, 
solo il 5% circa dei reati denunciati ha un autore 
noto, si evidenzia immediatamente la criminogeni- 
cità dell'attuale regime sulle droghe che, da una 
parte provoca le grandi guerre di Mafia nel Sud, 
dall'altra spinge verso il piccolo crimine e lo spac- 
cio un' elevata percentuale di tossicodipendenti, 
proprio quelli che la 162 "vorrebbe" recuperare. 
Inoltre sono spinti allo spaccio anche individui non 
tossicodipendenti. Si noti anche che, se il numero 
di tossicodipendenti in trattamento è aumentato di 
11227 unità in 15 mesi, il numero di ingressi in 
carcere di tossicodipendenti durante il primo se- 
mestre del 1991 è stato di 13645 persone, di cui 
ben 6348 per "reati comuni". 

L'allegata tabella, contenuta nel rapporto del 
Procuratore Generale di Milano, rende ulterior- 
mente ragione del fenomeno. 


5. Quanto incidono i sequestri sul mercato 
della droga? 

Nel corso del 1990 la Guardia di Finanza stimava 
la quantità di sostanza sequestrata in non più del 
5% delle droghe in circolazione. Nel 1991 i seque- 
stri sono aumentati mediamente del 70%, pertanto, 
nell'ipotesi, forse ancora un po' ottimistica per 
l'Italia, che non ci sia stata ulteriore espansione del 
mercato, la quantità di sostanza sequestrata non 
supera il 9% del totale delle droghe in circolazione. 
Non è un gran risultato davvero dato lo spiega- 
mento di forze e risorse impiegato. Inoltre gran 
parte delle sostanze sequestrate rientra nel mer- 


cato clandestino, come evidenziato anche da re- 
centi fatti di cronaca. Che l'incidenza dei sequestri 
sia in generale irrilevante emerge anche dalle 
considerazioni riportate nel rapporto dell'ONU 1991 
in cui si ammette che, nonostante ì sequestri siano 
in aumento, la qualità della droga sul mercato è 
migliorata e il prezzo si è mantenuto costante. Il 
mercato non ha subito contraccolpi di nessun tipo 
in conseguenza dei provvedimenti repressivi e dei 
sequestri. In Italia non sembra aver subito con- 
traccolpi neanche in conseguenza dell'arresto di 
ben 22.000 addetti al settore. Il rapporto ONU 
evidenzia anche un effetto di saturazione delle 
piazze occidentali e uno spostamento degli inte- 
ressi dei trafficanti verso il Sud e l'Est del mondo e 
verso altre attività, anche di tipo legale. Si tratta 
dello stesso effetto citato nel rapporto Jervolino a 
proposito del presunto invecchiamento dei dece- 
duti per overdose. La saturazione che si ipotizza, 
piuttosto che dovuta a misure più repressive, è 
probabilmente legata sia alla dinamica demogra- 
fica dei paesi occidentali, che ne ha ridotto la po- 
polazione giovanile potenzialmente a rischio, sia 
alla saturazione "naturale" di ogni fenomeno di tipo 
epidemico, come certamente si può considerare 
quello legato alla tossicodipendenza, per la dina- 
mica stessa con cui si acquisiscono nuovi adepti. 
Ogni epidemia è destinata ad estinguersi prima o 
poi se non si produce almeno un nuovo infetto per 
ogni individuo già infettato. Quando il numero degli 
infetti è ormai troppo elevato, rispetto a quello degli 
individui potenzialmente a rischio, viene a mancare 
il substrato necessario per il mantenimento 
delPepidemia e il fenomeno comincia a regredire. 
Nei paesi occidentali è probabile che si comincino 
a vedere le prime avvisaglie di questo fenomeno: il 
serbatoio di giovani potenzialmente a rischio co- 
mincia ad essere troppo limitato per il manteni- 
mento del mercato (epidemia). 


fonte : ARCHIVIO PARTITO RADICALE 

** ( SIDAnet Information ) ** 



4 



Tabella A 


Decessi per droga di tossicodipendenti in corso di terapia presso i cen- 
tri della regione Lombardia negli ultimi anni. 


anno 

totale decessi 

(dati ufficiali 

dal rapporto Jervolino) 

totale decessi 
in terapia 

(rilevati localmente) 

% 

1988 

224 

145 

65 

1989 

293 

167 

57 

1990 

270/*/ 

247 

90 

1991 

330 

? 

? 


(*) proiezione fatta sulla base dei dati del I semestre e del trend tem- 
porale e regionale (anche se ponessimo pari a 330 il valore del 1991, 
avremmo comunque una percentuale altissima e sospetta: 75). 


Tabelle B 


Situazione relativa ai tossicodipendenti in carcere rilevata alla fine del 
1990 e in due successivi momenti nel corso del 1991. 


Tabella 1 


Detenuti presenti e tossicodipendenti 

Confronto alle date del 31/12/90, 30/6/91 e del 25/9/91 

25/9/91 
32.166 
10.771 
33,49 


Tabella 2 


Date 

Det. presenti 
Det. TD 

% 


31/12/90 

24.670 

7.299 

29,59 


30/6/91 

30.774 

9.623 

31,27 


Detenuti presenti, tossicodipendenti e affetti da HIV 
Confronto alle date del 31/12/90, del 30/6/91 e del 25/9/91 


Date 

31/12/90 

30/6/91 

25/9/91 

Det. presenti 

4.670 

30.774 

32.166 

Det. sieropos. 

2.489 

2.770 

3.110 

% 

10,09 

9,00 

9,67 

Det. TD 

7.299 

9.623 

10.771 

Det. sieropos. TD 

2.378 

2.702 

2.977 

% 

32,58 

28,08 

27,64 


5 











tossicodipendenze 


2 File : MODELLI.TXT 


MODELLI DI LEGALIZZAZIONE. 


- All'ideologia proibizionista, che persegue, ad ogni 
costo, l'obiettivo di sradicare il male assoluto della 
droga dalla faccia della terra o - come alternativa 
pratica - di incutere paura e comminare pene a chi 
questo male accetta o promuove, gli antiproibizio- 
nisti vogliono opporre non un'altra ideologia ma 
una diversa formulazione del problema, e nuove 
norme, prescrizioni, servizi. Il nostro punto di vista 
non è quello della morale di Stato né quello della 
piccola minoranza dei consumatori di droghe proi- 
bite. E' il punto di vista della cittadina e del citta- 
dino, vale a dire di una comunità formata a stra- 
grande maggioranza da non consumatori e non 
tossicodipendenti e che non vuole più subire pas- 
sivamente i misfatti del proibizionismo. Tutti i mo- 
delli finora proposti sono fatti per funzionare, e per 
rimediare ai guasti storicamente prodotti 
dall'ideologia e dalla pratica delle leggi proibizioni- 
ste. Molti sostenitori della legalizzazione non 
avrebbero messo in discussione le leggi in vigore 
se avessero dato buona prova, e trovano ragio- 
nevole che il valore e l'opportunità di una legge 
siano misurati alla luce dei suoi costi e benefici. 
Una legge 'buona' deve essere anche una buona 
legge. 

Naturalmente non c’è una sola strategia antiproibi- 
zionista. Se è vero che gran parte dei paesi occi- 
dentali ha legalizzato il divorzio, è difficile trovare 
due sistemi giuridici che non differiscano su que- 
stioni cruciali come il periodo di tempo che deve 
intercorrere tra la separazione e il divorzio, il ca- 
rattere consensuale o meno del divorzio, il regime 
degli assegni per il coniuge più debole e così via. 
La stessa cosa vale per le leggi sull'aborto: entro 
quale mese?, soltanto negli ospedali pubblici o 
anche nelle cliniche private?, col consenso del co- 
niuge o no?, soltanto nel caso in cui sia in pericolo 
la vita del nascituro o anche in relazione alia salute 
psichica della gestante? Le leggi dei singoli Stati 
offrono risposte diverse a queste domande. Lo 
stesso potrà valere anche per le leggi di regola- 
mentazione legale delle droghe, dal momento che 
l'arco delle proposte è già oggi molto ampio. 

In primo luogo esiste un'alternativa riguardo allo 
statuto del consumatore, ovvero alle modalità di 
accesso legale: 


l'acquirente deve essere fornito di prescrizione 
medica oppure no? E se sì, saranno soggette a 
medicalizzazione tutte le droghe oggi proibite o 
soltanto alcune? La medicalizzazione è general- 
mente presentata come una fase di passaggio dal 
sistema proibizionista a quello di legalizzazione, un 
momento di informazione e prevenzione la cui du- 
rata può essere rapportata al grado di consapevo- 
lezza acquisita dalla società sui rischi delle nuove 
droghe ad accesso legale. 

L'alternativa è ancora più drastica relativamente 
allo statuto del commercio: deve essere affidato al 
mercato e alla sua capacità autoregolativa oppure 
soggetto a una forma restrittiva di controllo statale, 
con o senza monopolio? Ad un estremo c'è la ri- 
sposta libertaria che accomuna i sostenitori del li- 
bero mercato e coloro che vedono nella libertà in- 
dividuale l'unica fonte di diritto per i comportamenti 
che non provocano danni ad altri. Per questi vale 
quanto scrive John Stuart Mill nel suo 'Saggio sulla 
libertà': «Su se stesso, sulla sua mente e sul suo 
corpo, l'individuo è sovrano». All'altro estremo c'è il 
controllo totale dello Stato sulla produzione e la 
vendita di tutte le droghe, accompagnato da criteri 
selettivi circa la messa in circolazione di questa o 
quella sostanza. 

E' fra questi punti estremi che va trovata la solu- 
zione legislativa migliore per ridurre i danni per- 
sonali provocati dall'uso o abuso di droghe e per 
scongiurare le conseguenze sociali della proibi- 
zione, rendendo legalmente disponibili per tutti 
(con l'eccezione dei minorenni) la maggior parte o 
tutte le sostanze oggi proibite. Qualsiasi soluzione 
di legalizzazione del mercato avrebbe probabil- 
mente lo stesso effetto sul fronte dell'offerta, fa- 
cendo cadere drasticamente ilprezzo delle droghe, 
con l'immediata messa fuori gioco delle organizza- 
zioni criminali e la scomparsa della delinquenza 
indotta. La qualità dei prodotti migliorerebbe lar- 
gamente, grazie - a seconda delle tesi- ai controlli 
dello Stato oppure ai meccanismi della concor- 
renza. Molto più marcate potrebbero essere invece 
le ripercussioni di una scelta o dell'altra sulla diffu- 
sione delle droghe nella società e sulla qualità 
della vita (in primo luogo la salute) dei consuma- 
tori. 


LA TESI DEL LIBERO MERCATO 

- Il primo e principale teorico di questa soluzione 
viene considerato l'economista premio Nobel 
Milton Friedman, che ha iniziato la sua lunga 
campagna per la legalizzazione del commercio 


6 





tossicodipendenze 


delle droghe illecite in un articolo comparso su 
Newsweek il 1° maggio 1972, scritto contro la 'drug 
war 1 lanciata dal presidente Richard Nixon. 
Friedman vi è tornato nel libro, scritto con la moglie 
Rose, 'La dittatura dello status quo' del 1975, ed è 
venuto aggiornando la sua teoria ma no a mano 
che il fallimento pratico, e non solo teorico, del 
proibizionismo confermava il suo ragionamento. In 
un artico lo pubblicato sul Wall Street Journal 
quando la 'war on drugs' di George Bush e del suo 
Zar antidroga William Bennet era al culmine, 
Friedman riassumeva cosi la sua impostazione: 
«La via che proponete - più polizia, più anni di 
carcere, azioni militari in Paesi esteri, reclusione 
per i consumatori di droga e tutta una panoplia di 
misure repressive - può solo peggiorare una si- 
tuazione già deteriorata. E' impossibile vincere la 
guerra alla droga con questo tipo di tattiche senza 
mettere in pericolo quella libertà umana e indivi- 
duale che voi ed io amiamo. Non vi sbagliate cre- 
dendo che le droghe siano un flagello che sta de- 
vastando la nostra società. Non vi sbagliate cre- 
dendo che le droghe stiano dilaniando il nostro 
tessuto sociale, rovinando la vita di tanti giovani e 
facendo pagare un alto prezzo ad alcuni dei più 
diseredati fra noi. Non vi sbagliate credendo che la 
maggioranza della gente condivida le vostre pre- 
occupazioni. In breve, non vi sbagliate nel fine che 
vi proponete di raggiungere. Il vostro sbaglio sta 
nel non riconoscere che le misure da voi proposte 
sono la causa principale dei mali che deplorate». 
Quasi tutti gli scritti di Friedman possono tranquil- 
lamente entrare nello zaino di qualsiasi sostenitore 
della legalizzazione, anche del più convinto stata- 
lista. Friedman non è mai entrato nei particolari di 
una legge, anche perché propone semplicemente 
di applicare ad eroina, cocaina, marijuana e alle 
altre droghe illecite i criteri regolatori che valgono 
oggi per gli alcolici. L'unico sviluppo un po' detta- 
gliato della sua proposta lo si trova in un articolo 
pubblicato dalla rivista americana "Reason" nel 
1989: «Una volta legalizzate, le droghe potrebbero 
essere messe in vendita attraverso i normali circuiti 
di vendita al dettaglio. Ad esempio, nei drugstore. 
Non ci dovrebbe essere nessuna tassa o altri con- 
trolli sulle droghe. Però dovrebbero esistere delle 
restrizioni per la vendita ai minori. Quanto alla li- 
mitazione sulla pubblicità, mi trovo in imbarazzo su 
entrambe le posizioni. Rabbrividisco al pensiero di 
una TV dove una graziosa fanciulla mi dice: "La 
mia roba ti darà un'ebbrezza come mai hai speri- 
mentato", ma d'altra parte sono sempre stato molto 
incerto sulle restrizioni delia libertà pubblicitaria per 
ragioni generali di libertà d'espressione. Ma, al di là 
delle mie esitazioni, non ho dubbi che la legalizza- 


zione non sarà possibile senza sostanziali restri- 
zioni alla pubblicità». 

Di recente un economista britannico di scuola 
friedmaniana, Richard Stevenson, ha formulato 
la proposta free-market fino ad oggi più ela- 
borata: 

«In un mercato libero, il commercio delle droghe 
dovrebbe essere privo di restrizioni speciali, e le 
droghe dovrebbero essere liberamente acquistabili. 
A livello di distribuzione le droghe dovrebbero es- 
sere vendute nei supermercati, nelle farmacie, in 
negozi specializzati, oppure in ogni altro normale 
punto di vendita. Sarebbe il profitto a determinare il 
modo dominante di commercializzazione. Una 
gamma di prodotti diversi per qualità e potenza 
sarebbe offerta in vendita, e i consumatori di dro- 
ghe farebbero la loro scelta alla stessa maniera in 
cui i bevitori scelgono fra la birra, il vino o i vari di- 
stillati». 

Stevenson è convinto che all'interno di un mercato 
dalle regole ridotte al mìnimo (ad esempio il divieto 
di vendita ai minori, e un avviso sui danni alla sa- 
lute in ogni confezione) sarebbe nell'interesse sia 
dei consumatori che dei produttori minimizzare le 
conseguenze indesiderabili dell'uso di droghe; ed è 
persuaso che si svilupperebbero forme autonome 
di controllo attraverso "un mercato parallelo 
dell'informazione". Questo favorirebbe la messa in 
commercio di nuove droghe, proprio come avviene 
oggi nel mercato illegale, ma nella direzione esat- 
tamente opposta a quella corrente: al posto di 
droghe sempre più nocive e remunerative, che 
consentono guadagni rapidi ma delimitano il nu- 
mero degli acquirenti (come il crack), si sviluppe- 
rebbe la ricerca su nuovi prodotti che possano 
garantire i risultati richiesti dagli acquirenti ma in 
forme di maggior sicurezza. Infatti: «Le aziende 
non potrebbero restare sul mercato, e tanto meno 
arricchirsi, se danneggiassero seriamente la salute 
dei loro clienti». 

! sostenitori delia tesi del 'libero mercato' - vale a 
dire: regole ridotte al minimo - non sono contrari 
all'educazione e alla prevenzione, al contrario: le 
risorse oggi sottratte dalla repressione potrebbero 
essere utilizzate a questo fine. Stevenson ha una 
larga fiducia nell'efficacia dei meccanismi autore- 
golatori del mercato, anche in un settore così de- 
licato, perché si svilupperebbe un maggiore senso 
di responsabilità negli individui. Ne ha assai meno 
nella capacità dei governanti di resistere alle pres- 
sioni di chi reclamasse restrizioni e controlli statali 
sulle dosi e la purezza dei prodotti. Seppure a ma- 
lincuore ammette che forme più o meno incisive di 
controlli statali sono inevitabili, almeno analoghe a 
quelle sugli alcolici e il tabacco. E mette in guardia: 


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tossicodipendenze 


«Il pericolo è che burocrati e politici infarciscano il 
mercato delle droghe di tali e tante restrizioni da 
renderlo diseconomico per le aziende rispettose 
della legge. A meno che non ci sia un autolimita- 
zione dei limiti, gli obiettivi della legalizzazione po- 
trebbero essere messi a rischio. Nell'ipotesi mi- 
gliore le aziende finirebbero per non avere incen- 
tivo all'innovazione, nella peggiore il mercato cri- 
minale potrebbe riemergere». E' un ammonimento 
di cui deve tener conto anche chi, come noi, è fa- 
vorevole ad una legalizzazione accompagnata da 
un raggio ampio di interventi dello stato. 


IL SISTEMA TASSE E CONTROLLI'. 

- Tutti i sostenitori della legalizzazione credono 
che la prevenzione e la deterrenza si attuino me- 
glio attraverso l'educazione che la repressione. Il 
libero mercato è visto come un mezzo per elimi- 
nare innanzitutto la violenza e il crimine connessi al 
proibizionismo, e in secondo luogo per liberare ri- 
sorse da destinare ai programmi di educazione. 
Uno dei vantaggi di questa prospettiva è di non 
asservire la società ad una determinata strategia, 
che si può rivelare poco efficace, e alla burocrazia 
che immediatamente vi si legherebbe. Tuttavia il 
modello cui i sostenitori del libero mercato fanno 
riferimento, quello dell'industria del vino e degli 
alcolici, non è molto attraente. E' vero che al posto 
di Al Capone abbiamo gli innocui signor Gancia o 
Folonari, e che nessuna forma di criminalità è oggi 
ricollegabile ai prodotti alcolici. Ma il consumo in sé 
produce costi per la società e gli individui che forse 
potrebbero essere ridotti se il profitto non agisse 
come principale criterio regolatore di questo com- 
mercio. Anche nel campo degli psicofarmaci, e 
delle medicine in generale, le regole di mercato 
non sono in grado, di per sé, di promuoverne un 
uso consapevole e di frenarne l'abuso. 

Versione prudente del libero mercato, lo schema 
'tasse e controlli' si propone di creare progressiva- 
mente un mercato legale con cui il mercato nero 
non possa competere, affidando contemporanea- 
mente allo stato il compito preminente di scorag- 
giare il consumo delle droghe più "dure" e di ga- 
rantire assistenza sanitaria ai tossicomani proble- 
matici (alcolisti e tabagisti compresi), senza far 
pagare un costo economico eccessivo all'intera 
società. I criteri della proposta si possono riassu- 
mere così: legalizzare e tassare le sostanze oggi 
proibite in funzione della loro nocività e/o dei loro 
mercato, applicare gli stessi criteri alle droghe oggi 
legali, usare le tasse per l'educazione contro le 


droghe e per sopperire ai costi sociali e medici 
dell'abuso di droga. Questo comporterebbe una 
revisione del sistema fiscale in vigore per alcol e 
tabacco, l'introduzione di una tassa sulla caffeina e 
su altre sostanze oggi non controllate, e, di fatto, 
un riesame dell'intera politica sanitaria: ciò al fine 
di sostituire alla discriminazione giuridica fra dro- 
ghe legali e illegali una distinzione fiscale imper- 
niata sul danno personale provocato da un uso 
eccessivo o sbagliato delle varie sostanze. 

Oggi gli unici profitti economici prodotti dalla re- 
pressione derivano dalla confisca di beni ai traffi- 
canti. Anche la legge 162/90 dispone, adeguandosi 
al modello dominante sul piano internazionale, che 
questi beni vengano riutilizzati nella repressione 
oppure destinati alle comunità terapeutiche. Il 
meccanismo 'tasse e controlli' crea un ciclo diverso 
di entrate, nel quale la società può pagare i costi 
dell'abuso di droga prendendo i fondi dai consu- 
matori in proporzione alPammontare del loro con- 
tributo al problema. 

Naturalmente è molto difficile riuscire a calcolare 
l'ammontare della tassa che dovrebbe colpire cia- 
scuna sostanza per ottenere il duplice risultato di 
ridurre il consumo senza favorire la nascita di un 
mercato nero e coprire almeno in parte il suo costo 
sociale. L'esperienza dimostra che in regime di il- 
legalità ad ogni aumento del prezzo dell'eroina non 
ha corrisposto un calo significativo del consumo: i 
tossicodipendenti adeguano le proprie abitudini 
(delinquenza, prostituzione o spaccio) al prezzo di 
mercato nero e pagano senza protestare la loro 
"tariffa del crimine". Al contrario, studi condotti ne- 
gli Usa hanno rilevato che per ogni aumento del 
prezzo delle sigarette del 1 0% c'è stata una dimi- 
nuzione del consumo del 4%, in particolare per il 
mancato ingresso nel mercato del tabacco di nuovi 
consumatori, visto che la nicotina è una delle so- 
stanze che danno maggiore assuefazione. Come 
ammettono gli stessi autori della proposta può 
darsi che il problema sia praticamente insolubile, 
se l'obiettivo è quello di far pagare ai consumatori 
l'intero ammontare dei costi sociali e medici 
dell'uso di droghe. Sarebbe d'altra parte illogico ri- 
presentare sotto forma antiproibizionista 
l'approccio assolutista dei proibizionisti. Quello che 
è certo è che questo sistema, come ogni altro 
progetto di legalizzazione, consentirebbe di ri- 
sparmiare su tutte le spese legate alla repressione 
e aH'amministrazione della giustizia, alla corru- 
zione, al numero elevatissimo di morti per over- 
dose e per Aids, alle conseguenze economiche 
della delinquenza. In più offrirebbe ai governanti un 
meccanismo piuttosto elastico per incidere sui 
consumi e dirotterebbe a beneficio della parte più 


8 




tossicodipendenze 


sfortunata dei consumatori i profitti legati ai mer- 
cato delle droghe. 

Una proposta di legge radicale, presentata alla 
Camera dei deputati il 15 dicembre 1988, preve- 
deva una tassazione più alta per i prodotti più tos- 
sici (alcol compreso) anche a scapito di introiti più 
elevati. Si preferiva così una tassazione disincen- 
tivante a un'altra studiata in funzione del ricavo. 
Con questa proposta, il primo tentativo di tradurre 
in norme concretamente operative la strategia an- 
tiproibizionista, si volevano perseguire «alcuni ben 
individuati obiettivi: a) stroncare radicalmente il 
traffico della droga e l'organizzazione criminale che 
vi prospera; b) creare condizioni tali per cui non 
devono più verificarsi atti di violenza sulla popola- 
zione a fini di reperimento di denaro; c) ridurre 
drasticamente le morti per abuso di droghe e fare 
fronte alle situazioni di marginalizzazione e di de- 
grado dei tossicodipendenti costretti a condurre 
esistenze illegali sotto il controllo della criminalità; 
d) affrontare seriamente la diffusione dell'AIDS che 
riguarda in Italia per i 2/3 soggetti a rischio tossi- 
comani». 


LA TESI DEL COMMERCIO PASSIVO 

- E' possibile eliminare dal mercato delle droghe 
non soltanto i profitti illegali ma anche quelli legali, 
e di conseguenza avere qualche buona ragione 
per credere che il consumo, in assenza di incentivi 
all'offerta, tenda non ad ampliarsi ma a stabilizzarsi 
se non a diminuire? Lo scenario del 'commercio 
passivo', delineato dal giurista francese Francis 
Caballero offre un insieme di soluzioni a questo 
problema. Il nuovo mercato legale delle droghe 
non dovrebbe operare sulla base dei principi clas- 
sici del commercio, che impongono di creare 
mercato e suscitare la domanda del consumatore 
per generare sempre nuovi profitti. Anche se cia- 
scuna droga presenta delle caratteristiche partico- 
lari che richiedono una regolamentazione specifica, 
il commercio passivo si basa su alcuni principi 
comuni: discrezione nell'uso, divieto di propa- 
ganda, produzione e distribuzione strettamente 
controllati. 

Ciò implica la soppressione di qualsiasi pubblicità 
diretta o indiretta per ì prodotti e i luoghi di vendita, 
l'introduzione di tasse secondo il modello 'tasse e 
controlli' per imputare ai consumatori stessi il costo 
sociale derivante dall'abuso di droga, un corpo 
normativo relativo ai controlli di qualità, prezzo e 
distribuzione, avvertenze chiare sulla pericolosità 
del prodotto. Il consumo di droghe in luogo pub- 


blico dovrebbe essere punito, come forma indiretta 
di propaganda, anche se con una semplice con- 
travvenzione pecuniaria. Quanto alla produzione e 
distribuzione, questa dovrebbe essere gestita in 
ciascun paese dallo stato in regime di monopolio. 
Tre le ragioni: perché un regime di concorrenza 
tende sempre a promuovere il consumo; perché 
non si vogliono ricreare forme di imperialismo 
economico fra le multinazionali e i paesi produttori; 
perché infine soltanto a una agenzia senza fini di 
lucro si può chiedere di perseguire gli obiettivi del 
commercio passivo. Vale a dire non incoraggiare, o 
meglio scoraggiare, il consumo delle droghe e rea- 
lizzare una certa forma di controllo sociale 
sull'abuso di droga. 

La teoria del commercio passivo si situa, almeno 
nelle intenzioni del suo ideatore, sulla frontiera più 
vicina al proibizionismo: «La teoria non ha la vo- 
cazione di applicarsi d'un tratto a tutte le droghe il- 
lecite. Essa non si può concepire che nel caso che 
il sistema proibizionista abbia dato prova del suo 
fallimento. Il commercio passivo segue la proibi- 
zione, non la precede. Bisogna in altri termini che 
gli effetti perversi delle leggi sulla droga siano so- 
cialmente più nocivi di quelli delle droghe in se 
stesse». Nei due anni trascorsi dalla pubblicazione 
del libro in Francia, Caballero si è comunque con- 
vinto che non c'è altro tempo da perdere. Nella re- 
lazione al II convegno di Bruxelles del CORA (15- 
19 gennaio 1991) ha affermato: «Bisogna ricono- 
scere che tutte le proibizioni morali hanno fatto fal- 
limento, una dopo l'altra. Questo è vero per il gioco 
come per la pornografia, e tutti i sistemi di legaliz- 
zazione del gioco e della pornografia si sono rive- 
lati migliori della proibizione. Il diritto non ha il 
compito di far regnare la morale». 

Più in generale l'ambizione della teoria del com- 
mercio passivo è di sostituire alla guerra armata 
alla droga una 'lotta civile contro l'abuso delle 
droghe'. Ciò comporta una regolamentazione spe- 
ciale per ciascun prodotto e l'applicazione del 
commercio passivo anche alle droghe lecite, dai 
prodotti farmaceutici, al tabacco e all'alcol. 
Un'obiezione che si potrebbe muovere a questa 
teoria è di essere talmente restrittiva da apparire 
una variante liberaleggiante del proibizionismo. Ma 
non esiste un Testo Unico della Legalizzazione, 
come non esiste una sola politica proibizionista. 
Anche certe penalizzazioni in cui possono oggi 
incorrere fumatori incalliti (sorpresi a fumare in 
luoghi pubblici) appaiono in qualche misura rical- 
cate sul modello della guerra alla droga, e non 
sempre, e non ovunque, la denuncia penale scatta 
come ultima risorsa possibile. 


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tossicodipendenze 


HARM REDUCTION 

- Sappiamo che non è sempre facile integrare ia 
protezione dei diritti civili e la promozione della sa- 
lute pubblica. D'altra parte il ceto politico e i mass- 
media non hanno dato fino ad oggi un grande con- 
tributo alla ricerca, esaltando gli aspetti spettacolari 
della guerra alla droga, e strumenti come le comu- 
nità terapeutiche, accettati da una porzione molto 
ridotta dei tossicodipendenti. Si tratta ora, visti i 
risultati di quella strategia, di intraprendere la 
strada degli interventi pacifici per la promozione 
della salute nel rispetto dei diritti individuali. Non 
siamo all'anno zero, fortunamente, come dimo- 
strano le esperienze di 'Harm reduction'. 

La strategia di 'Harm reduction 1 (Riduzione dei 
danni) appartiene alla politica sanitaria. Non è una 
forma di legalizzazione né di depenalizzazione, 
anche se richiede un coordinamento tra i servizi 
sanitari e le forze di polizia. Nelle aree in cui è 
stata applicata, l'Olanda e la regione di Liverpool in 
particolare, le leggi scritte proibiscono il consumo 
di eroina e cocaina e, sebbene la repressione 
verso i consumatori non sia una priorità politica, la 
polizia può cambiare atteggiamento, (e lo fa, spe- 
cie ad Amsterdam) se la microcriminalità o la 
pressione dell'opinione pubblica superano il "livello 
di guardia". Il traffico delle droghe illecite resta 
nelle mani della criminalità, e il livello di delin- 
quenza urbana - anche se inferiore alla media - 
resta alto. L'esempio olandese, come quello di 
Liverpool, non è dunque quello di una politica da 
copiare, ma di un insieme di concetti, strumenti e 
pratiche che non potranno non essere parte inte- 
grante della politica sanitaria sulle droghe 
nell'ipotesi della legalizzazione. 

Già alla metà degli anni Settanta era apparso 
chiaro che la repressione non aveva interrotto la 
commercializzazione delle droghe leggere e, ancor 
meno, delle droghe dure. Anno dopo anno le cifre 
della droga proibita andavano definendo un nuovo 
mercato internazionale dalle potenzialità econo- 
miche e commerciali paragonabili a quello del pe- 
trolio e delle armi. La reazione dei governi e delle 
agenzie internazionali, come l'ONU, alla novità di 
questa situazione fu e resta una semplice non re- 
azione, la conferma e la riorganizzazione di tutto 
l'armamentario repressivo in nome dell'utopia che 
sta alla base del proibizionismo: l'astinenza. 
L'aspetto sanitario, nonostante le parolone televi- 
sive, rimane sullo sfondo: il problema da risolvere è 
morale, la medicina è ridotta ad ancella della virtù. 
L'alternativa era e resta secca: o la malattia (la 
droga) o guarigione (non più droga). Alla fine degli 
anni Settanta partono però anche alcuni esperi- 


menti che si basano su un presupposto diverso: se 
non è ancora possibile 'curare' un tossicomane 
(vale a dire sradicare la sua abitudine), si deve al- 
meno tentare di minimizzare il male che reca a se 
stesso e al suo ambiente. L'espressione 'riduzione 
del danno' è stata coniata a Liverpool, in 
Inghilterra, ma il caso internazionalmente più noto 
di una politica del genere è quello olandese. 

- Amsterdam è stata la prima capitale europea ad 
adottare una strategia sanitaria globale, come 
necessario complemento della decisione del go- 
verno olandese di depenalizzare il consumo di 
eroina. Secondo questa politica l'obiettivo di un 
mondo completamente libero dalle droghe è 
un’illusione: la società deve imparare a far fronte a 
una certa quantità di consumo di droghe. Lo di- 
mostra la diffusione del tabacco, dei prodotti alco- 
lici e degli psicofarmaci: il loro status di droghe 
legali non modifica la realtà dei problemi posti da 
queste sostanze e delle motivazioni che portano 
ad usarle, così come non la modifica l'illegalità di 
altri prodotti. Il concetto di 'normalizzazione', svi- 
luppato in Olanda, significa che la società deve 
accettare il problema droga come un problema 
normale e non come un fenomeno anormale e da 
reprimere. Il successo dell'esperienza di Liverpool 
ha successivamente indotto le autorità sanitarie 
olandesi a modificare i vari programmi secondo i 
criteri dell'Harm-reduction che è una strategia di 
intervento sociale più coerente e comprensiva. 

Gli elementi fondamentali della politica olandese 
sulla droga furono definiti negli anni fra il 1979 e il 
1984 con questi obiettivi: 

- acquisire una visione chiara delle ragioni e del 
carattere del problema eroina, contattando il mag- 
gior numero possibile di eroinomani e creando un 
sistema di registrazione; 

- ridurre i rischi dell'uso delle droghe pesanti per 
tutti i consumatori non (ancora) capaci di o inten- 
zionati a rinunciare alla loro abitudine; 

- motivare gli eroinomani a entrare in trattamento 
senza droga ('drug free') e/o in progetti di risocia- 
lizzazione; 

- trovare forme di cooperazione fra la polizia, il si- 
stema di assistenza e le popolazioni delle zone in 
cui il problema droga è più grave. 

Un gruppo di circa 30 operatori di strada che rag- 
giungono i tossicodipendenti nel loro ambiente, vi- 
site regolari di medici e operatori dei centri di trat- 
tamento nelle stazioni di polizia (ogni anno circa 
2000 tossicodipendenti vi vengono contattati) e un 
servizio di consegna ambulante del metadone ai 
tossicomani registrati, realizzato con autobus che 


IO 




tossicodipendenze 


si fermano ogni giorno in sei punti diversi della 
città, fanno oggi parte integrante del progetto. 

Nel 1984, quando la diffusione dell'Aids si rivelò 
come la minaccia più grave alla salute dei tossico- 
dipendenti (con un 30% di sieropositivi) furono in- 
serite nella politica sulla droga nuove misure col 
duplice scopo di prevenire un ulteriore diffusione 
del virus HIV fra gli utilizzatori di siringhe e di rea- 
lizzare un buon sistema di cura per gli ammalati di 
Aids. Strumenti di questa politica sull'Aids sono: 

* disponibilità di preservativi; 

* trattamenti di disintossicazione 'drug free' senza 
lunga lista di attesa per chiunque voglia smettere; 

* offerta di metadone a chi voglia ridurre o inter- 
rompere l'uso di eroina tramite siringa ma non 
possa ancora rinunciare alla dipendenza da op- 
piacei; 

* distribuzione di siringhe sterili in cambio di quelle 
usate (nel 1989 ad Amsterdam sono state diffuse 
circa 800.000 siringhe in 11 luoghi di consegna, 
mentre in tutta l'Olanda esistono 125 programmi 
diversi di scambio siringhe). 

Gli obiettivi di base sono stati raggiunti: il numero 
dei tossicodipendenti si è stabilizzato, mentre in 
tutti i paesi europei è largamente cresciuto e 
l'epidemia di Aids è stata franata. Ad Amsterdam, 
nel 1989 il numero dei tossicodipendenti è stato 
stimato fra i 5.000 e i 7.000 (di cui 3.500 sono 
olandesi, 1.500 di origine etnica - Guyana, Antille, 
Marocco - e 2000 provengono da altri paesi eu- 
ropei) contro i 9.000 del 1984; i contatti coprono il 
60% dei tossicodipendenti di Amsterdam, e il 75% 
dei 22-25.000 a livello nazionale; un quarto degli 
utenti pratica programmi di disintossicazione e il 
75% programmi di mantenimento a base di meta- 
done; il numero di morti per overdose in Olanda è 
uno dei più bassi in Europa (nel 1989 ad 
Amsterdam sono morti per overdose 14 cittadini 
olandesi e 28 stranieri provenienti per lo più dalla 
Germania) ed il dato è in calo dal 1985; l'età media 
dei tossicodipendenti registrati è salita da 26.4 del 
1981 a 31.6 del 1989; la percentuale dei consu- 
matori sotto i 22 anni è scesa nello stesso periodo 
dal 14.4% al 4.8%; la percentuale di sieropositivi è 
rimasta stabile al 30% ad Amsterdam e in Olanda 
la percentuale di tossicodipendenti fra i malati di 
Aids è appena del 9% (contro il 67,6% in Italia). In 
particolare gli studi di valutazione dei programmi di 
distribuzione delle siringhe hanno rilevato che ciò 
non comportava un aumento nell'uso di eroina e 
che era diminuita l'abitudine di usare la stessa si- 
ringa per più persone. 


- Fin dalla metà degli anni Settanta la regione del 
Mersey è, insieme all'area intorno a Londra 
(Thames), la parte dell'Inghilterra con il maggior 
numero di tossicodipendenti. Nel 1989 questo era 
il tasso di tossicodipendenti registrati per milione di 
abitanti: NE Thames 394, Mersey 375, NW 
Thames 287, SE Thames 244. A partire dal 1986 
l'Autorità sanitaria regionale del Mersey, l'area di 
cui Liverpool è la città più importante, ha definito e 
sviluppato, in collaborazione con le forze di polizia 
e una parte degli enti locali, la strategia di ridu- 
zione del danno verso i consumatori di droghe. In 
questo modo la politica sanitaria si è affiancata, e 
in larga misura sostituita alla politica criminale. I 
precedenti sono la pratica olandese di normalizza- 
zione, che abbiamo già visto, ed esperimenti ana- 
loghi condotti a San Francisco negli USA. Le mo- 
tivazioni e le linee guida di questo programma 
sono: 

- La diffusione del virus HIV e dell'Aids è una mi- 
naccia più grave alla salute pubblica dell'uso di 
droga, e deve essere perciò data priorità ai servizi 
che mirano a minimizzare i comportamenti che 
possono indurre il virus; 

- I servìzi devono massimizzare il contatto con co- 
loro che continuano a usare droghe, e aiutarli a 
modificare il loro comportamento verso pratiche 
meno rischiose, adottando la seguente gerarchia di 
obiettivi: 

1. la cessazione dello scambio di siringhe e aghi 
già usati, 

2. il passaggio da droghe che si iniettano a droghe 
che non si iniettano, 

3. la diminuzione nell'uso di droga, 

4. l'astinenza; 

Devono essere incoraggiati mutamenti 
nell'attitudine degli operatori e del pubblico in ge- 
nerale verso l'uso di droga, per ridurre la condi- 
zione di marginalità dei consumatori, favorendo il 
loro contatto coi servizi e la modifica delle loro 
abitudini più rischiose; 

- I servizi devono sperimentare tutta una varietà di 
approcci e soluzioni, e verificare la loro efficacia. 

E' su questa impalcatura concettuale che è stato 
costruito un sistema di consultori che svolgono 
funzione di consulenza per un uso più sicuro delle 
droghe e del sesso e per analisi periodiche sulla 
sieropositività, servizi di trattamento specialistico, 
programmi di risocializzazione, unità di intervento 
nelle prigioni, eccetera. Due sono gli strumenti di 
primo contatto studiati per realizzare un rapporto 
costante con gli utenti del sistema: 1) la distribu- 
zione gratuita di siringhe sterili in cambio di quelle 
usate, in collaborazione con le farmacie, e la di- 


11 




tossicodipendenze 


stribuzione gratuita di preservativi; 2) la prescri- 
zione gratuita delle sostanze stupefacenti, gene- 
ralmente il metadone per via orale, ma anche, in 
via sperimentale, il metadone da fumare, l'eroina, 
la cocaina, le amfetamine. In particolare il mante- 
nimento a base di metadone è usato per 
“stabilizzare" i tossicodipendenti da oppiacei, vale 
a dire allontanarli dal mondo degli spacciatori, ri- 
durne l'attività delinquenziale e i rischi di incarce- 
razione, migliorarne lo stato di salute, prevenire 
l'aumento dei consumi. 

Funziona questo complesso meccanismo? 
Innanzitutto il fenomeno del mercato grigio, che 
pure esiste, non è rilevante. 

Rispetto alla prevenzione dell'Aids il successo è 
andato oltre ogni previsione. Abbiamo visto che 
l'area di Mersey è la seconda in Inghilterra per nu- 
mero di tossicodipendenti. La graduatoria relativa 
alla diffusione della sieropositività è compieta- 
mente diversa. Se i tre distretti di Londra restano al 
vertice anche per la diffusione del virus HIV, il 
Mersey è al tredicesimo posto su quattordici, pre- 
cedendo il W Midlands, dove il tasso di tossicodi- 
pendenti per milione è molto più basso, 54. Il 
Mersey è largamente primo nella graduatoria sul 
rapporto fra sieropositivi e tossicodipendenti che è 
di 1 a 60 nel Mersey, mentre la seconda area in 
graduatoria, il SW Thames, registra un rapporto di 
1 a 17. A Milano il rapporto è di 1 sieropositivo ogni 
1,4 tossicodipendenti. Difficile trovare cifre più 
eloquenti. Inoltre il Mersey è l'unica area del paese 
che ha visto costantemente decrescere, negli ultimi 
quattro anni, il numero dei crimini (furti, scippi e 
rapine) legati alle leggi sulla droga. 




3 File : SELETTIV.TXT 


TERAPIA DELLE TOSSICODIPENDENZE: LA 
SELETTIVITÀ' DEL SISTEMA DI INTERVENTO 

di Riccardo C. Gatti 

Coordinatore N.O.T U.S.S.L. 76 (Rozzano-MI) 


Chi non si fa curare 

Perche' molti tossicodipendenti non si rivolgono 
alle unita' di offerta per essere aiutati? Come mai si 
stima che per ogni tossicodipendente in terapia al- 
tri tre-quattro mai si rivolgeranno al sistema di in- 
tervento? 

Non ho molta fiducia di questo tipo di dati e mi 
chiedo come si possa fare a contare chi non si e' 
mai rivolto a nessuno. Negli ultimi tempi assistiamo 
ad un aumento della domanda di terapia: si tratta 
di maggior fiducia nei centri di trattamento oppure 
e' aumentato il numero di tossicodipendenti? Resta 
comunque il fatto che una certa percentuale di 
tossicomani sta al di fuori del sistema di intervento 
terapeutico. Senza l'ambizione di scoprire nuove 
verità' cercherò' di trovare alcune ragioni per que- 
sto fatto. 

La necessita’ di sintetizzare e divulgare concetti 
molto complessi in spazi inevitabilmente limitati 
porta a semplificazioni che ad alcuni potrebbero 
sembrare qualunquistiche e ad altri provocatorie. 
Mi scuso in anticipo con il lettore. La mia inten- 
zione e' soltanto di esplorare quelli che credo es- 
sere grossi limiti dell'attuale sistema di intervento 
sulle tossicodipendenze proponendo, se possibile, 
dei rimedi. 


Per farsi curare bisogna diventare malati 

Normalmente si tratta di tossicodipendenza come 
se si parlasse di una patologia e ci si riferisce al 
tossicodipendente come di una persona che se 
non e' malata lo diventerà'. 

Ma la tossicodipendenza e' davvero una patologia? 
Dal punto di vista psicodinamico c'e' chi la consi- 
dera una "regressione" (ad un piacere parziale). 
Sino a che punto questo tipo di regressione non e' 
un normale meccanismo di costruzione della no- 
stra esistenza? 



12 






tossicodipendenze 


Altri considerano l'abuso di sostanze una patologia 
in quanto aiterare volontariamente il proprio stato 
di coscienza deve per forza sottointendere un pa- 
tologico rapporto con il se' e con il mondo. Ma 
quanti alterano quotidianamente senza bisogno di 
sostanze ma altrettanto volontariamente il loro 
rapporto con la realta' assumendo identità' e ma- 
schere non certo meno impermeabili e pesanti? 

Non vorrei essere banale ma molti tossicodipen- 
denti non si rivolgono a servizi che offrono terapia 
perche' non si sentono e, probabilmente, non sono 
malati. Se la nostra società' cade nella ambiguità' 
di poter considerare un atteggiamento come fatto 
da curare e da sanzionare contemporaneamente, 
ponendo come alternativa alla sanzione la terapia 
(o viceversa) può' anche essere che molti tossico- 
dipendenti accettino di riconoscersi malati per non 
essere puniti ma non e' detto che accettino anche 
di guarire. 

Evidentemente per guarire bisogna percepirsi ma- 
lati e molte persone che abusano di droghe non si 
considerano tali. D'altra parte mi sembra molto 
"ideologico" affermare che la tossicodipendenza e' 
sintomo di un disagio psicologico piu' profondo. 
Come in altre situazioni si può' anche arrivare ad 
una terapia psicologica per prendere tempo evi- 
tando di assumere responsabilità' e decisioni ed e' 
facile creare connivenza tra un terapeuta che deve 
giustificare il suo operato in una ricerca 
nell'inconscio ed un paziente (o definito tale) che 
ha i suoi buoni motivi perche' si cerchi 
nell'inconscio all'infinito. 

Cosi', talvolta, tra terapeuta e paziente si gioca a 
rimpiattino con reciproca giustificazione. Alcuni 
tossicomani non ritengono di avere problemi psi- 
cologici e, contemporaneamente, non vogliono 
giocare a questo gioco. Costoro non si rivolge- 
ranno a servizi ad impostazione psicologica. Sì 
tratta di "resistenze" o di atteggiamenti coerenti? 

Il discorso non cambia per le terapie farmacologi- 
che. I tossicodipendenti spesso hanno bisogno 
della loro droga, non di medicamenti. Alcuni ope- 
ratori cercano "agganci"; li blandiscono con tratta- 
menti farmacologici a lungo termine per trasfor- 
marli in pazienti e/o per non farli "ricadere", il fe- 
nomeno del mercato nero di farmaci e metadone 
illegale e', talvolta, una risposta corretta ad una 
offerta sbagliata. 

Con i medici il rapporto e' spesso conflittuale e 
basato su di una ambiguità' di base. Il medico non 
può' curare la tossicodipendenza ma solo i suoi 
effetti collaterali, le patologie che ne derivano o 


quelle che l'affiancano. Invece, spesso, il contratto 
terapeutico (esplicitato o implicito) riguarda proprio 
la terapia della tossicodipendenza. Il medico, cioè', 
finge (o spera) che l'atteggiamento tossicomanico 
sia una malattia alla portata dei suoi farmaci ed il 
tossicomane sta al gioco. Per questo molte terapie 
mediche non funzionano ed i rapporti, presto o 
tardi, diventano tesi. 

Il paziente impara a far diventare l'armamentario 
del medico parte della sua patologia. Abuserà' di 
farmaci e di droga insieme. 


Molti tossicodipendenti che non desiderano “fare i 
malati" devono allontanarsi da alcuni servizi. 
Paradossalmente, questo, potrebbe essere un in- 
dizio di sanità' dei presupposti pazienti e di patolo- 
gia dei presupposti terapeuti e del loro sistema di 
intervento. Si ha talvolta la sensazione che un 
certo tipo di operatori preferiscano un "malato isti- 
tuzionalizzato" piuttosto che un "drogato sano". So 
che la mia affermazione suona come una provo- 
cazione ma se si considera che un terapeuta 
nell'esercizio delle sue funzioni deve far terapia per 
giustificare il suo ruolo e' evidente che preferisca 
trattare con malati piuttosto che con sani. 


La patologia si diagnostica o si sceglie? 

I terapeuti sanno riconoscere la patologia quando 
c'e'? Propongono le terapie adatte e motivano il 
paziente povero di insight al trattamento riuscendo 
anche a rendersi conto di quando, invece, non c'e' 
patologia e, quindi, necessita' di terapia? Su 
questo punto avrei seri dubbi. 

II fatto stesso che molti servizi abbiano modalità' 
abbastanza rigide di intervento (anche se ben 
mascherate da procedure per... arrivare ad un 
trattamento che dovrebbe essere individualizzato) 
e' indizio a favore della mia perplessità'. 

La sensazione e' che ogni unita' di offerta crei una 
griglia a monte degli interventi terapeutici. La gri- 
glia deve riuscire a selezionare l'utente che rientra 
nell'immagine di tossicodipendenza che hanno gli 
operatori di quel servizio rispetto alle proprie ca- 
pacita' di intervento. 

La griglia serve ad impedire che l'operatore r si 
trovi a contatto con situazioni che potrebbero pro- 
vocare una ridiscussione delle proprie certezze e 
del proprio ruolo: serve, cioè', a mascherare la re- 
alta' per favorire l'operatività' del servizio. 

Le griglie sono piu' rigide per le comunità' terapeu- 
tiche perche' li' gli operatori sono piu' omogenei; 


13 




tossicodipendenze 


accettano l'impostazione di quella comunità' e vi si 
riconoscono. Tendono a condividere una interpre- 
tazione univoca del fenomeno e del suo tratta- 
mento. 

Nei servizi pubblici questo avviene di meno perche' 
la modalità' di assunzione a concorso e la pre- 
senza di diverse figure professionali porta alla im- 
possibilita’ di un modello univoco. Il servizio pub- 
blico si struttura, cioè', attorno ad un modello meno 
stabile che e' necessariamente fatto da una com- 
posizione di diverse esigenze spesso nemmeno 
esplicitate completamente e che debbono, forza- 
tamente, convivere. Questo tipo di unita' di offerta 
e' meno selettiva ma anche meno incisiva e piu' 
dispersiva della comunità'. 

Tuttavia proprio la minore esplicitazione di regole 
fa si che la potenzialità' di minor selettività' non 
venga sfruttata completamente. 

Spesso sono gli operatori stessi che lanciano 
messaggi ambivalenti o addirittura paradossali 
perseguendo la finalità' di un lavoro di equipe che 
esiste nelle intenzioni generali ma, nei casi peg- 
giori, può' anche non vedere una concordia di 
fondo sugli obiettivi da raggiungere. 


Perversione e penitenza 

Qualunque malato (non tossicomane) non accet- 
terebbe le regole per entrare in terapia che ven- 
gono poste al tossicodipendente. Il sistema sanita- 
rio, in generale, mi sembra vessatorio nei confronti 
di tutti i pazienti ma nel trattamento dei drogati 
raggiunge vertici di perversione veramente alti. 

Per essere curato il tossicomane deve assumere 
l'identità' di malato che, tuttavia, viene prima pro- 
posta e poi rifiutata dallo stesso sistema terapeu- 
tico . Di conseguenza per "salvarsi" (questo ter- 
mine e' spesso usato non a caso) deve compiere 
un percorso di purificazione che ha a che fare piu' 
con la colpa che con la patologia. 

Un esempio di questa situazione e 1 verificabile 
proprio nel tempio del sistema sanitario: l'ospedale, 
In molti ospedali il tossicomane non e' voluto: viene 
sentito come un corpo estraneo in quanto ritenuto 
colpevole della sua patologia. La conseguenza e' 
che nessun reparto e' strutturato adeguatamente 
per accoglierlo. 

La necessita' di organizzare sezioni per chi abbia 
bisogno di un approccio corretto in regime di rico- 
vero con personale adeguatamente preparato non 
viene considerata. 

La motivazione: "il tossicodipendente non va di- 
scriminato!" Di fatto l'ospedale tende ad accettare 


qualunque tipo di patologia, salvo questa. 
Addirittura gli alcoolisti godono di alcuni reparti ad 
hoc per le loro esigenze.. .ma l'alcool fa parte della 
nostra cultura. 

I trattamenti psicologici ambulatoriali, d'altra parte, 
esigono setting rigidi sugli orari, sulla partecipa- 
zione, sull' "andare non alterati da sostanze" che 
sembrerebbero costruiti per altri tipi di patologia. Il 
tossicomane e', forse, l'unico paziente che per 
essere veramente curato deve accettare l'identità' 
di malato riuscendo contemporaneamente a risol- 
vere gran parte dei suoi sintomi PRIMA che la cura 
incominci. 

L'accesso ad alcune ben note comunità' terapeu- 
tiche da proprio il senso del pellegrinaggio, della 
penitenza, della necessita' di fede e speranza per 
la salvezza piu' che dell'intervento terapeutico o 
riabilitativo. Si aspetta di essere accettati senza 
sapere quando e perche', talvolta anche da chi. 
Alcuni operatori danno messaggi contrastanti. 

Chi resiste, da solo o con la famiglia, chi continua 
ad andare alle riunioni, agli incontri senza assu- 
mere droghe o comportarsi da tossicomane, un 
giorno verrà' premiato ed ammesso al trattamento. 
La figura di certi responsabili di comunità' e' a 
meta' tra quella del chirurgo e quella del sacerdote. 
Come il chirurgo, asporterà' il male rendendo 
l'individuo sano; ma, come il sacerdote, sara' ga- 
rante di una liturgia che verrà’ celebrata nella fede 
della comunità'. 

L'ingresso in trattamento residenziale coinciderà’ 
con la accettazione di una "regola" rigida e con la 
rinuncia almeno parziale al contatto con il mondo. 


Chi non accetta le regole sta fuori 

Come si vede non e' molto facile convivere da tos- 
sicomani con il sistema di intervento per le tossi- 
codipendenze ed e' anche per questi motivi che 
molte persone, che pur ne avrebbero bisogno, ne 
rimangono lontane fin che possono. Anzi, esistono 
anche altri motivi di selezione della utenza che sino 
ad ora non ho espresso. 

Chi accetta di dichiararsi tossicomane e di chie- 
dere terapia al servizio pubblico deve, di fatto, far 
pubblica ammissione della sua situazione. I servizi 
hanno, infatti, competenze zonali. Questo significa 
che, generalmente, non si e' presi in trattamento al 
di fuori della propria zona di residenza. Chiunque 


14 




tossicodipendenze 


conosce dove si trova la sede di un servizio pub- 
blico per le tossicodipendenze. 

Frequentarla assiduamente significa essere indi- 
viduati (o dover convivere con questa possibilità') 
specialmente quando la sede non si colloca as- 
sieme ad altri servizi ma e' isolata, ha un proprio 
ingresso e non si apre in una via di una grande 
citta 1 . Il rischio, anche solo teorico, di individua- 
zione pone tutta una serie di persone nella impos- 
sibilita' pratica di frequentarla (es. dipendenti pub- 
blici o soggetti direttamente a contatto con il pub- 
blico della zona o che sono pubblicamente cono- 
sciuti). 

All'interno dei servizi ambulatoriali, (anche quelli 
che ricevono per appuntamento), normalmente 
non esistono sale di attesa riservate. Chi aspetta 
una visita o un colloquio può' incontrare il proprio 
vicino di casa, il negoziante all'angolo o, comun- 
que, una persona che non vorrebbe incontrare. In 
certi orari, in alcune unita' di offerta, si possono 
addirittura incrociare i Vigili Urbani... Anche uno 
spacciatore che frequenti assiduamente un servizio 
viene messo nella condizione di conoscere sog- 
getti che non si erano mai serviti da lui. 

Una persona in buone condizioni economiche e 
professionali, non nota come tossicodipendente, 
potrebbe anche essere ricattata da soggetti senza 
scrupoli venuti a conoscenza della sua situazione. 
Se non si e' "tossicodipendenti noti", quindi, fre- 
quentare un servizio pubblico può' dare svantaggi 
non indifferenti. Questi svantaggi, al di la' della 
professionalità' degli operatori e della serietà' degli 
interventi, possono diventare un forte incentivo a 
"stare alla larga" dal sistema di intervento. 

Chi non accetta "la regola" deve star fuori. Ma 
perche' proporre come regola la accettazione della 
mancanza di riservatezza proprio per una situa- 
zione che maggiormente di altre la richiederebbe ? 


La fortuna aiuta gli audaci 

Tutta questa selezione, comunque, serve. Una 
comunità' terapeutica che accetti chiunque subito, 
difficilmente riesce a strutturare programmi di li- 
vello dovendo far convivere soggetti troppo ete- 
rogenei. Un servizio pubblico, allo stesso modo, 
possiede risorse per certi tipi di casi ma e' difficile 
che abbia capacita' per trattare nel migliore dei 
modi qualunque tipo di situazione si presenti. 

Il problema e' che il tossicomane non e' messo 
nella condizione diessere indirizzato all'intervento a 
lui piu' adatto. Difficilmente unaqualsiasi struttura 
del settore lo rifiuterà' inviandolo consapevolmente 


altrove, specialmente quando si trovasse a verifi- 
care la sua motivazione al trattamento. 

Ma quale trattamento? 

Con quale finalità'? 

- L'astinenza dalle sostanze di abuso? 

- La salute fisica? 

- La rieducazione morale e sociale? 

- L'uscita da una nevrosi? 

- Lo scioglimento di nodi famigliari che lo vedono 
vittima e/o persecutore? 

- La restituzione delia patente di guida? 

- L'accordo con la moglie? 

- Il recupero di responsabilità' nei confronti dei 
figli? 

- La riabilitazione sociale? 

- Tutte queste finalità' assieme o solo alcune? 

Se il tossicodipendente premiato per la sua auda- 
cia nell'affrontare un sistema cosi* selettivo incon- 
trerà', casualmente, gli operatori ed il servizio 
adatto al suo bisogno, probabilmente il trattamento 
si concluderà' con reciproca soddisfazione. In caso 
contrario le griglie filtro di cui ho parlato cerche- 
ranno di riportarlo al di fuori del sistema di inter- 
vento. Se sara' tenace dovrà' tentare un'altra porta 
di accesso e un'altra ancora lottando contro i suoi 
stessi sintomi e sperando di avere piu' fortuna. 


Conclusioni 

Con questo articolo mi interessava esplicare alcuni 
problemi che riepilogherò' sinteticamente: 

1) La definizione di terapia della tossicodipendenza 
e' ambigua: su questa ambiguità' si e' costruito un 
sistema di intervento che risponde ad innumerevoli 
esigenze personali e sociali diverse e che possono 
anche non avere nulla a che fare con la terapia di 
una patologia. 

2) Il sistema di intervento e' molto selettivo perche' 
deve riuscire a scremare le domande piu' diverse 
per accogliere solo quelle piu' congrue per ogni 
singola unita' di offerta. 

3) La selezione che viene effettuata allontana 
molte persone e per motivi diversi dal sistema di 
intervento. Tuttavia le varie unita' di offerta non 
possono rinunciare alla selezione della utenza 
pena la perdita della loro funzionalità'. 


15 




tossicodipendenze 


4) Per il servizio privato comunitario la selezione e 1 
troppo spesso basata sulla motivazione (se i! tos- 
sicomane supera le attività' di filtro viene accettato) 
ma questo fatto e' estremamente destrutturante 
per chi non riesce a superare un filtro o per chi, 
avendolo superato, si accorgerà' che il tipo di trat- 
tamento intrapreso non era adatto. 

5) Il servizio pubblico, essendo un servizio di base, 
non dovrebbe, fare selezioni pesanti. In realta la 
sua collocazione fisica e' talvolta già' un grossis- 
simo filtro. Gli orari, i setting, la formazione degli 
operatori, la mancanza di riservatezza, fanno il re- 
sto. 

7) I punti precedenti sono di per se' una valida 
spiegazione del motivo per cui molti tossicomani 
non si rivolgeranno mai al sistema di intervento. 
Fino a che i tossicomani con cui si riesce ad in- 
staurare un rapporto teso al "cambiamento" sa- 
ranno molti di meno di quelli con cui non si istau- 
rerà' alcun contatto, le tossicodipendenze potranno 
continuare ad avere una diffusione epidemica. 

8) Non e’ tanto necessario rendere le singole unita' 
di offerta meno selettive (anche perche' in molti 
casi diventerebbero inefficienti) quanto riuscire a 
ridurre i tentativi di accesso al sistema attraverso 
strade non compatibili con la situazione del singolo 
tossicodipendente con conseguente aumento delle 
possibilità' di fallimento dell'intervento. 

Si devono pertanto attuare una serie complessa di 
iniziative quali: 

I) Migliorare le capacita' diagnostiche e culturali 
degli operatori affinché' siano in grado di indiriz- 
zare il tossicomane che loro si rivolge al tratta- 
mento piu' opportuno nel piu' breve tenmpo possi- 
bile costruendo, eventualmente, reti "locali" di in- 
tervento dove effettivamente le singole unita' di 
offerta siano intercomunicanti ed abbiano una ac- 
cettazione comune condividendo risorse organiz- 
zative e professionali; 

II) Differenziare maggiormente le unita' di offerta 
affinché' la rete locale non sia affetta dal solito 
dualismo ambulatorio/comunita'. 

Vanno previste attività' intermedie di secondo li- 
vello anche coinvolgendo l'ospedale, creando 
gruppi di auto aiuto e convenzionandosi con pro- 
fessionisti; 

III) Aumentare la riservatezza dell'intervento: una 
accettazione comune non significa un grande 


ambulatorio pieno di tossicodipendenti e di opera- 
tori! Esistono modi di entrare in contatto che pos- 
sono essere molto riservati: il telefono per esem- 
pio. Non e' necessario che gli appuntamenti ven- 
gano fissati in un luogo facilmente individuabile e 
che tutti i tossicodipendenti siano convocati nel 
medesimo posto. Le sale di attesa in comune 
possono essere eliminate. 

Vanno tenuti presentì alcuni fatti: 

a) Una ristrutturazione del sistema di intervento in 
questo senso non richiede necessariamente piu 1 
soldi ma obbliga ad una migliore programmazione; 

b) La rete locale con accettazione comune e con- 
divisione delle risorse non implica necessaria- 
mente che tutte le unita' di offerta debbano essere 
fisicamente allocate nel medesimo territorio e 
nemmeno che siano amministrate dal medesimo 
ente; 

c) Va tenuto presente che unita' di offerta diverse, 
pubbliche o private che siano, non collaborano 
automaticamente e per principio. 

Questo accade specialmente quando vuoti di po- 
tere istituzionale consentono lotte periferiche per 
l'accaparramento di risorse in mancaza di pro- 
grammazione centrale e di precise definizioni dei 
reciproci ruoli. 

Tutti i sistemi istituzionali tendono a potenziare se' 
stessi. Se abbiamo piu' a cuore i destini delie 
strutture che delle persone per cui sono state co- 
struite l'unica nostra preoccupazione deve essere 
quella di continuare a potenziarle. 

Se, viceversa, il nostro problema e' cercare di far si 
che il maggior numero possibile di tossicodipen- 
denti abbandoni il suo stile di vita allora dobbiamo 
anche porre in discussione la nostra offerta di 
trattamento. Quella attuale e' troppo selettiva. 
Essere meno selettivi non significa avere dei ser- 
vizi piu' approssimativi ma far si che le modalità' e 
gli "stili" di accesso ai trattamenti rispondano ad 
esigenze molto diverse. 

A questo punto, pero', il trattamento non può' es- 
sere deciso in dipendenza di fattori casuali o della 
sola "motivazione". Occorre che si affini una capa- 
cita' diagnostica che permetta di indirizzare il pa- 
ziente col minor margine di errore possibile al tipo 
di trattamento piu' adatto per lui, indipendente- 
mente dal tipo di operatore o di struttura che ac- 
coglie la sua prima domanda. 


16 




tossicodipendenze 


Si sottointende, a questo punto, una sinergia tra 
strutture diverse e tra diverse figure professionali e 
non che attualmente non esiste. 

Evidentemente sara' necessario lavorare nei pros- 
simi anni per la creazione di un linguaggio ed una 
cultura comuni che siano la base per un reciproco 
scambio di esperienze tra chi opera in questo set- 
tore. 

Purtroppo al linguaggio ed alla cultura in comune si 
oppongono una serie di interessi commerciali e di 
potere che potrebbero anche far si che la terapia e 
la riabilitazione della tossicodipendenza siano solo 
una delle tante finalità' del sistema di intervento e, 
magari, nemmeno quella piu' importante. 
Effettivamente c'e' bisogno di maggior chiarezza e 
di una maggior capacita' di programmazione e 
controllo da parte di uno Stato che a livello poli- 
tico-gestionale stenta ad assumersi proprie re- 
sponsabilità'. A questo proposito ricordo anche che 
il livello preventivo continua ad essere pesante- 
mente sacrificato rispetto a quello terapeutico-ria- 
bilitativo ed anche rispetto a quello repressivo. 

Se si riuscisse a lavorare di piu' e meglio a livello di 
prevenzione, forse, si avrebbe anche meno biso- 
gno di un sofisticato (e costoso) sistema terapeu- 
tico. 



4 File : METADONE.TXT 


IL METADONE 

di Riccardo C. Gatti 
Medico Coordinatore SERT 
Servizio Tossicodipendenze 
U.S.S.L. 76 - Rozzano (Mi) 


Si ricorda che per lo stesso mezzo con cui l'articolo 
e' divulgato l'autore non ha alcun modo di control- 
lare che all'utente fidonet arrivi il testo originaria- 
mente inviato alle bbs: 

@ TelSiBioc 2:331/307 
@ Infomed 2:331/325 


Premessa 

All'inizio degli anni 80 subito dopo i "decreti Aniasi" 
il metadone ebbe una discreta popolarità' anche 
sulla stampa. Molte persone maturarono la con- 
vinzione che fosse un mezzo di "salvezza" per il 
tossicodipendente. 

Questa sostanza sostitutiva fu, cioè', vista come 
LA CURA della eroinopatia e, di conseguenza, 
molti tossicodipendentie le loro famiglie la prete- 
sero anche come un "DIRITTO" di chi essendo in 
una determinata condizione doveva godere di un 
intervento particolare dello Stato. 

I Servizi di quei tempi, abbastanza pochi e con 
poco personale, affrontarono una "ondata di piena" 
non indifferente da cui, non di rado, furono travolti. 

II metadone fu dato, forse, troppo o troppo indi- 
scriminatamente sino al punto che qualcuno inco- 
mincio 1 a pensare che i Servizi per le tossicodi- 
pendenze potessero essere all'origine di nuove 
cronicità' assistite. 

Addirittura nella seconda meta' degli anni '80 una 
espressione corrente per significare quanto il 
Servizio Pubblico non funzionasse era "BAR 
METADONICO" . 

Nel frattempo, pero', qualcosa andava cambiando 
soprattutto nelle regioni settentrionali d'Italia. 
Complessivamente i nuovi servizi tossicodipen- 
denze utilizzavano sempre meno metadone man 
mano che si dotavano di personale e di capacita' 
per affrontare la tossicodipendenza in modo di- 
verso. 


17 





tossicodipendenze 


Alcuni operatori incominciavano a sostenere che i 
farmaci sostitutivi non erano uno strumento cor- 
retto per la terapia deila tossicodipendenza. 


Negli ultimi tempi si e' nuovamente ritornati a par- 
lare di metadone come "strumento fondamentale" 
nell'Intervento sui tossicodipendenti da eroina. Ciò 1 
avviene solo poco dopo che un decreto del 
Ministro della Sanità 1 sembrerebbe, invece, dare 
un indirizzo verso un uso piu' limitato allo "stretto 
necessario" per garantire una disassuefazione in 
presenza di un fallimento di altri trattamenti pre- 
cedenti. 

Che accade dunque? 

Come mai piu' di dieci anni di esperienza nazionale 
non sono serviti a maturare una opinione comu- 
nemente condivisa ? 


La scienza, l'ideologia, gli effetti speciali 

Esistono alcuni schieramenti di persone contrap- 
poste tra coloro che hanno a che fare con il campo 
del trattamento dei tossicodipendenti a proposito 
del metadone: 

1 - Un primo gruppo e' composto da chi dice che il 
trattamento sostitutivo: 

sarebbe efficace nel tempo almeno quanto qual- 
siasi altro tipo di trattamento per la terapia della 
tossicodipendenza ma in compenso costerebbe 
decisamente di meno essendo, inoltre, piu' gradito 
ai pazienti (con dosaggio e' adeguato) 

diminuirebbe il rischio di overdose e di incidenti 

eviterebbe quei comportamenti che sono connessi 
allo scambio di siringhe prevenendo la diffusione 
dell' HIV 

non obbligherebbe il paziente in uno stato per- 
manente di alterazione mentale perche' il meta- 
done, producendo tolleranza, dopo un certo pe- 
riodo, non avrebbe piu' un effetto narcotico 

non avrebbe effetti tossici o collaterali di particolare 
rilievo 

permetterebbe di instaurare rapporti corretti di ul- 
teriore intervento o appoggio evitando, al tossico- 
mane, l'assillo della ricerca della droga 


2 - Un secondo gruppo e' composto da chi afferma 
che quanto sopra può' essere considerato vero 
solo in parte in quanto il trattamento sostitutivo: 

potrebbe essere efficace ma solo se accompa- 
gnato da un progetto complessivo significativo per 
il paziente e per l'operatore; 
comunque il paziente andrebbe sempre selezio- 
nato non essendo il metadone adatto a tutti i sog- 
getti (nel caso di somministrazione ad un soggetto 
non adatto, cioè', la dipendenza anziché' essere 
affrontata sarebbe prolungata all'infinito) 

non diminuirebbe il rischio per la salute e la vita del 
tossicodipendente, contribuendo, anzi, a perico- 
lose situazioni quando il soggetto assumesse an- 
che alcool - psicofarmaci e altre sostanze 

non diminuirebbe la diffusione di HIV in quanto i 
soggetti entrerebbero in terapia solo dopo un certo 
periodo di tossicodipendenza da eroina (ed in quel 
periodo contrarebbero e diffonderebbero 
l'infezione); inoltre chi metterebbe in trattamento 
metadonico ad alto dosaggio un soggetto giovane 
che utilizza eroina da poco e, magari, saltuaria- 
mente ? 

verrebbe ad aggiungersi pericolosamente ad altri 
abusi nel momento in cui il soggetto volesse pro- 
curarsi uno stato di alterazione mentale (non piu' 
dato dal metadone a mantenimento e desiderato 
dal soggetto proprio in quanto tossicodipendente) 

potrebbe avere (per la somministrazione in cronico 
di una sostanza psicoattiva) effetti sui delicati 
equilibri del sistema nervoso centrale (che se non 
sono misurabili non e' detto che non ci siano) 

vizierebbe il rapporto con i terapeuti migliorandone 
la compliance solo in relazione alla loro disponibi- 
lità' a fornire la sostanza 


3 - Un terzo gruppo sostiene che il trattamento 
sostitutivo non sarebbe un intervento terapeutico 
e/o riabilitativo su uno stato di tossicodipendenza e 
quindi non dovrebbe essere proposto in un servizio 
che "vuol far terapia" e che propone una situazione 
di cambiamento (e non di mantenimento) rispetto 
ad uno stato di dipendenza da una sostanza che 
non può' e non deve essere sostituita da un'altra. 


18 




tossicodipendenze 


Come si vede da questa esposizione 

(evidentemente semplificata per ovvie ragioni di 
chiarezza) le posizioni non sembrerebbero affatto 
conciliabili articolandosi, ciascuna di queste, su 
nuclei propri di pensiero e di azione terapeutica. 

Come se non bastasse in questo confuso pano- 
rama incorniciano a comparire gli oltranzisti: quelli 
che affermano che "TUTTO CIO' CHE IO 
SOSTENGO E‘ SCIENZA ... IL RESTO E' 
IDEOLOGIA !". Qualche perplessità' nasce spe- 
cialmente nei confronti di chi riesce a maturare 
convinzioni senza essersi mai occupato 

dell'Intervento clinico diretto. 

A mio parere, comunque, lo "stato dell'arte" 
sull'utilizzo del metadone e' molto meno chiaro di 
quanto dovrebbe essere ed e' per questo motivo 
che il dibattito si trascina da anni e ricompare ogni 
volta che il sistema di intervento cerca un riasse- 
stamento dovuto a sue ristrutturazioni. Se il per- 
corso del dibattito seguirà' gli attuali indirizzi, ... nei 
prossimi anni non verrà' fatta ulteriore chiarezza, 
infatti il problema dell'utilizzo di uno strumento te- 
rapeutico e della sua efficacia non e' affrontabile 
cosi' come ora lo si affronta. 

Per verificare l'efficacia di un trattamento bisogne- 
rebbe innanzitutto avere uno strumento preciso di 
diagnosi: 

NON POSSIAMO INFATTI GIUDICARE DELLA 
EFFICACIA DI UNO STRUMENTO TERAPEU- 
TICO SE NON ABBIAMO CHIARO SU QUALE 
PATOLOGIA LO ANDIAMO AD APPLICARE. 

IL FATTO CHE ESISTANO STUDI CHE AFFER- 
MANO COME, A DISTANZA DI ANNI, I PAZIENTI 
SOTTOPOSTI A DIVERSI TIPI DI TRATTA- 
MENTO ABBIANO AVUTO IL MEDESIMO RISUL- 
TATO DI ASTINENZA DALLA TOSSICODIPEN- 
DENZA NON PROVA AFFATTO CHE TUTTI QUEI 
TRATTAMENTI SIANO EGUALMENTE EFFICACI. 

POTREBBE ESSERE ANCHE, ad esempio, CHE 
TUTTI QUEI TRATTAMENTI SIANO ASSOLUTA- 
MENTE INEFFICACI (E CHE LA PERCENTUALE 
DI GUARITI SIA ANALOGA A QUELLA DI CHI 
SPONTANEAMENTE GUARISCE senza alcun in- 
tervento). 

Per essere sicuri della efficacia di un trattamento 
bisognerebbe dunque avere una diagnosi precisa 
di patologia (per esempio un certo tipo di tumore) e 


su questa patologia applicare random diversi tipi di 
protocollo terapeutico ben definito. 

Bisognerebbe anche assegnare, sempre a caso, 
un certo gruppo di pazienti alla "non terapia" con 
placebo e, a questo punto, con una casistica suffi- 
cientemente grande si potrebbe dare una certa 
attendibilità' ad una valutazione nel tempo di quel 
trattamento ma sempre e comunque solo in termini 
statistici. 

Studi controllati di questo genere neN'ambito della 
tossicodipendenza non esistono, tra l'altro, per un 
motivo molto semplice: nessuno ha ancora elabo- 
rato categorie diagnostiche comunemente ed in- 
ternazionalmente accettate che definiscano la tos- 
sicodipendenza in modo chiaro. 

La tossicodipendenza non e' misurabile (o non ci 
siamo dati strumenti per farlo) e, probabilmente, 
piu' spesso di quanto alcuni colleghi possano 
credere, non e' una patologia e, forse, nemmeno 
un sintomo (se la consideriamo come un compor- 
tamento e non come una malattia). Come e' pos- 
sibile, quindi definire la efficacia di una terapia 
quando questa in effetti SPESSO NON E' UNA 
VERA E PROPRIA TERAPIA MA UN COMPOR- 
TAMENTO CHE LA SOCIETÀ' CONCORDA NEI 
CONFRONTI DI UN ALTRO COMPORTAMENTO 
CHE VUOLE CONTRASTARE? 


Strategie di sanità' pubblica e approccio tera- 
peutico 

Se il dibattito sul metadone non si e' ancora risolto 
(e forse non si risolverà' mai) e' anche perche' si 
tende a confondere la "STRATEGIA DI SANITÀ' 
PUBBLICA" con "L'APPROCCIO TERAPEUTICO 
INDIVIDUALIZZATO". 


Chi vede i problemi dal punto di vista della Sanità' 
Pubblica (ed anche della sicurezza sociale) ha 
probabilmente ragione a sostenere che dare me- 
tadone agli eroinomani risolve alcuni problemi: 

mandare in una Comunità' un soggetto o sottoporlo 
ad un intervento psico-sociale complesso costa 
senza dubbio di piu' che dargli il metadone 

anche autorevoli organizzazioni internazionali si 
esprimono a favore della prevenzione della diffu- 
sione dell'A.I.D.S. per mezzo di interventi sostitutivi 


19 




tossicodipendenze 


una persona in trattamento metadonico e' co- 
munque un soggetto sotto controllo anche (e non 
solo) dal punto di vista sanitario 


Un comportamento coerente di sanità' pubblica 
potrebbe quindi essere quello di inserire il maggior 
numero possibile di eroinomani in trattamenti me- 
tadonici. In questo caso pero 1 dovrebbe essere 
sufficientemente chiaro che in si tratterebbe DI 
UNA SCELTA GLOBALE CONNESSA A UN IN- 
TERESSE GENERALE DI SALUTE PUBBLICA 
CONSIDERATO PRIORITARIO RISPETTO ALLA 
ESIGENZA DEL SINGOLO. 

A questa stregua, secondo me, andrebbero valu- 
tate con pari dignità' tutte quelle azioni sociali che 
decidono della proibizione o della obbligatorietà' di 
comportamenti personali a favore della collettività 1 . 
Nello stesso campo di intervento potrebbe essere 
collocata la scelta di legalizzare, o di liberalizzare, 
l'uso di sostanze attualmente illegali. 

Non e' detto, inoltre, che i comportamenti di sanità' 
pubblica e sicurezza sociale debbano per forza 
avere a che fare direttamente con la salute del 
singolo cittadino. Nel momento in cui, ad esempio, 
si decidesse di legalizzare l'eroìna questa scelta 
potrebbe avere come motivazione principale quella 
di "dare un duro colpo alle associazioni criminali". 

D'altra parte chi auspica un maggior utilizzo del 
metadone in Italia spesso si riferisce a studi statu- 
nitensi ma non considera che negli Stati Uniti diffi- 
cilmente si danno trattamenti a "bassa soglia"(1) e 
a mantenimento di metadone a chi appartiene a 
classi sociali elevate. Perche' ? E' soltanto un pro- 
blema di costi (e di assicurazioni che li rimborsano) 
o e' anche una questione di efficacia? 

Gli interessi di sanità' pubblica, quindi, hanno 
percorsi che possono essere anche molto diversi 
da qufelli che vanno esplorati nel rapporto terapeu- 
tico individualizzato. La sanità' pubblica sceglie 
secondo criteri di opportunità' generale, il terapeuta 
decide caso per caso. 


La scienza e la coscienza 

Quando un terapeuta prende una decisione lo do- 
vrebbe fare in scienza e coscienza e, quindi, as- 
sumendo anche un grosso carico di responsabilità' 
nei confronti non solo di quanto sa ma anche delle 
sue convinzioni etiche. 


Purtroppo c'e' una certa tendenza storica a utiliz- 
zare la sanità' pubblica per imporre scelte spac- 
ciate per terapeutiche perche' questo permette 
controllo e consolidamento di potere. 

Quando esiste troppa intersezione tra le scelte ed i 
comportamenti di sanità' pubblica ed il rapporto 
individuale tra terapeuta e paziente si e' probabil- 
mente in periodi di repressione politica oppure si 
sta tentando di utilizzare impropriamente la terapia 
e, in generale, la clinica per altri scopi. 
Evidentemente questo e' tanto piu' facile quanto il 
campo di cui ci si vuole occupare sta in un punto di 
giunzione tra la patologia e il comportamento non 
comunemente accettato e questo, di regola, av- 
viene nella psichiatria e nelle tossicodipendenze. 

Il terapeuta che si trova davanti ad un tossicodi- 
pendente dovrebbe inanzitutto riuscire a fare una 
diagnosi e capire se si trova o no di fronte ad una 
patologia e se il suo strumentario terapeutico può' 
giovare a quella persona prima di applicarlo. 

Per arrivare a queste decisioni in campi cosi 1 poco 
definibili come la psichiatria e le tossicodipen- 
denze, in carenza di dati scentifici forti ed assolu- 
tamente inequivocabili, spesso la coscienza per- 
sonale che il terapeuta si costruisce anche sulla 
esperienza clinica quotidiana prevale sulla scienza. 
Il terapeuta, comunque, lavora in scienza e co- 
scienza SEMPRE PER IL SUO PAZIENTE anche 
se e' pagato dallo Stato. 

Per questo motivo spesso esiste una inconciliabi- 
lità' di vedute tra chi e 1 medico di sanità' pubblica e 
quindi deve, come un Prefetto o un Magistrato, 
applicare le norme dello Stato, e chi, pur prestando 
opera per lo stesso datore di lavoro, DEVE sce- 
gliere percorsi che siano, soprattutto, di vantaggio 
terapeutico per il suo cliente. 

Quando, come si sta facendo attualmente, nei 
Servizi per le tossicodipendenze, si cerca di fon- 
dere il mandato di sanità' pubblica e di controllo 
sociale e sanitario con il rapporto terapeuta / pa- 
ziente ne possono nascere situazioni insostenibili 
che rischiano di creare danno su tutti i fronti. 

Il fatto che esistano campi e specialità' dove e' piu' 
facile utilizzare la "l'abito terapeutico" come stru- 
mento di controllo sociale contribuisce al non svi- 
luppo scientifico di questi settori. 

Un approccio scientifico alla soluzione di un pro- 
blema, anche se necessariamente deve lasciar 
spazio al dubbio ed alla sperimentazione, difficil- 
mente lascia (nel tempo) margini per patteggia- 
menti e compromessi ambigui. 

Per questo motivo (e per gli interessi che vi si col- 
legano), per quanto riguarda l'utilizzo del metadone 
nel trattamento delle tossicodipendenze (2), diffi— 


20 




tossicodipendenze 


cilmente si riuscirà' a far chiarezza nei prossimi 
anni e difficilmente si awieranno studi seri di effi- 
cacia che, in tempi futuri, possano modulare 
scientificamente le scelte dei terapeuti. 

Tutto ciò' a meno che gli operatori del sistema di 
intervento non accettino una grande sfida anche 
con se' stessi: quella del voler conoscere e di 
mettersi in discussione. Per farlo, pero', dovreb- 
bero affrontare un ostacolo (per ora) pressoché' 
insormontabile: la creazione di un linguaggio co- 
mune interdisciplinare e transculturale che per- 
metta loro di comunicare e di confrontarsi. 
Evidentemente chi utilizza la tossicodipendenza e 
tutto ciò' che le sta attorno (dallo spaccio alla tera- 
pia) per averne vantaggi di qualsiasi tipo, osteg- 
gera' in tutti i modi questo possibile tipo di evolu- 
zione e, nella divisione degli avversari, e sulla loro 
babele di linguaggi e di concezioni, continuerà', 
cosi' come sta facendo, a ben coltivare il suo 
campo. 


Riccardo C. Gatti 

8/3/92 


Note: 


(1) Trattamenti cui l'accesso e' facile con formalità’ 
ridotte al minimo indispensabile e in cui pochissimi 
sono i vincoli anche di valutazione generale del 
caso e di opportunità' del trattamento stesso, 
(n.d.a.) 

(2) E se il lettore ci fa caso la stessa ambiguità' 
esiste per gli interventi delle comunità', per le psi- 
coterapie, gli interventi di reinserimento lavorativo 
ecc. ecc. (n.d.a.) 


5 File :A32391. ITA 


TITLE: IL SISTEMA DI INTERVENTO DI FRONTE 
A NUOVE EPIDEMIE DI DROGHE: 

IL PROBLEMA COCAINA. 


AUTHOR: Doti. Riccardo C. Gatti Coordinatore 
Nucleo Operativo Tossicodipendenze U.S.S.L. 76 

SOURCE: Relazione al Convegno Cocaina Oggi - 
U.N.I.C.R.I. - United Nations Interregional Crime 
and Justice Research Institute (ONU) Roma 20-23 
Marzo 1991 


Riguardo al problema della diffusione della cocaina 
in Italia e' interessante notare come, di fronte a 
segnalazioni allarmate degli Organi di Polizia, che 
sono state ufficialmente riportate anche nei rap- 
porti dell' "Osservatorio permanente del fenomeno 
droga" del Ministero dell'Interno, ci sia un relativo 
silenzio dei servizi che di terapia delle tossicodi- 
pendenze si devono istituzionalmente occupare. 

Per i servizi tossicodipendenze, stando ai dati che 
sono disponibili attualmente, i cocainomani in Italia 
non esistono o quasi. Si deve anche dire che, co- 
munque, nemmeno a livello istituzionale centrale 
pare esserci una grande preoccupazione per la 
diffusione di questa sostanza. Nella Regione 
Lombardia che e' senza dubbio uno dei territori 
maggiormente colpiti dalla diffusione di droghe, per 
esempio, nessuna iniziativa ufficiale si e' sviluppata 
per formare o informare gli Operatori dei Servizi di 
terapia su un tipo di intervento che e' abbastanza 
diverso da quello che, usualmente, può' essere 
praticato per un eroinomane. 

Lo scorso anno il 24 e 25 gennaio mi occupavo a 
Milano della organizzazione scientifica di un con- 
vegno promosso dalI'U.S.I.S. (United States 
Information Service): Tossicodipendenza da 

Cocaina e Crack. Si trattava di due giornate dedi- 
cate agli operatori del settore. Ebbene in quella 
occasione mi accorgevo della diffidenza, anche di 
qualificati esperti italiani, riguardo all'affrontare il 
problema. In diverse sedi, infatti, esplicitavano il 
timore che solo parlare di Cocaina e Crack agli 
Operatori potesse, in qualche modo (chissà 1 quale 
?), contribuire soltanto a svegliare l'interesse per 
queste sostanze di abuso da parte di possibili 
consumatori. 


21 





tossicodipendenze 


Nell'area di Milano e' ben noto come in alcuni am- 
bienti si abusi, e molto, di cocaina ma forse ci si ri- 
fiuta quasi di accorgersi che la sostanza sta 
avendo una diffusione diversa e decisamente piu' 
pericolosa negli ultimi anni. Si e' passati da una 
situazione in cui la cocaina si trovava anche dagli 
spacciatori di eroina, bastava cercarla, ad un'altra 
in cui tutti gli spacciatori erano forniti di questa so- 
stanza. 

Poi la distribuzione finale e' andata maggiormente 
differenziandosi. 

Esistono adolescenti che iniziano l'uso di cocaina 
ancora minorenni. 

Questi nuovi consumatori non si identificano per 
nulla con i tossicomani da eroina, ... anzi disde- 
gnano tutto ciò' che con l'eroina e' collegato. 

Sono spesso ragazzi di classe media, apparente- 
mente “insospettabili", incominciano il loro per- 
corso con l'uso intenso di hashish e, poi, approc- 
ciano la cocaina. La distribuzione risponde pron- 
tamente a questa tendenza fornendo nel limite del 
possibile, spacciatori estranei al mercato ed all'uso 
di eroina. Quando ciò' non e' possibile cerca al- 
meno di utilizzare ex eroinomani e di garantirsi sul 
fatto della loro riabilitazione dall'uso di quella so- 
stanza, non gradita ai nuovi clienti, anche convin- 
cendoli a curarsi ai Servizi Territoriali con l'uso di 
antagonosti degli oppiacei. 

In Milano e Provincia, attualmente, il prezzo della 
cocaina sta scendendo. 

E' possibile procurarsi una dose (anche se non 
sono in grado di dire quanto principio attivo con- 
tenga) con circa 50.000 Lire. Per quanto ne so si 
riesce a trovare sporadicamente anche Crack ma 
di questa sostanza non esiste ancora una do- 
manda consistente. 

A chi, in questi anni, si e' occupato di studiare la 
diffusione internazionale delle sostanze di abuso 
non saranno sfuggite le impressionanti analogie tra 
questa mia descrizione e la situazione che ha 
preceduto la diffusione epidemica di cocaina negli 
Stati Uniti: 

- Relativo disinteresse degli "esperti" e, di conse- 
guenza, dell'opinione pubblica, nei confronti di 
questa sostanza; 

- Non considerarsi tossicodipendente da parte del 
consumatore, convinto di non avere rischi gravi per 
la salute e di poter controllare la sostanza esatta- 
mente come per l'hashish; 

- Diffusione periferica con un prezzo della so- 
stanza accessibile e possibilità' di spaccio anche in 
modo relativamente "riservato" e individualizzato 
nei confronti delle esigenze del consumatore. 


La situazione presenta anche una seconda pre- 
occupante analogia con quanto avvenuto in Italia 
alla vigilia della diffusione epidemica di eroina. Era 
allora opinione comunemente diffusa che episodi 
già' avvenuti in nazioni del Nord Europa non 
avrebbero potuto avere un corrispettivo nella no- 
stra nazione. La diffusione di oppiacei nel Nord 
Europa veniva correlata al diverso tipo di organiz- 
zazione sociale di quei paesi con particolare riferi- 
mento ad un ambito familiare ritenuto piu' disgre- 
gato ed ad una maggiore promiscuità' nei rapporti 
interpersonali. 

Naturalmente tutto ciò' non basta per affermare 
che in Italia avremo una diffusione della cocaina 
simile a quella che si e' avuta negli Stati Uniti ma 
dovrebbe costituire un serio segnale di allerta. 

Si deve tuttavia considerare che anche in nazioni 
quali gli Stati Uniti dove i sistemi di rilevazione 
epidemiologica sono senza dubbio piu' sensibili e 
strutturati dei nostri, la diffusione di sostanze quali 
la cocaina, prima, ed il crack, dopo, ha pratica- 
mente colto di sorpresa il sistema di intervento che 
solo con un certo ritardo ha saputo dare risposte 
almeno parzialmente adeguate. 

A mio parere questo e' dovuto ad un difetto gene- 
rale, direi ad una imperfezione concettuale ed 
operativa che e' insita nella strutturazione della 
nostra risposta ai fenomeni di abuso. Cercherò', 
pertanto, di esporre alcune cause fondamentali di 
questa carenza. 

Credo che un difetto originale dei nostri sistemi di 
intervento sia una generale ingenuità' nella consi- 
derazione dei fenomeni di abuso che probabil- 
mente affligge chi si occupa di programmazione. 
Sono ormai anni che la diffusione della droga e' 
internazionalmente un business strutturato e molto 
redditizio che, considerando anche il riciclo del 
denaro in attività' lecite, e' probabilmente una delle 
primarie attività' commerciali fonte di reddito nella 
nostra organizzazione sociale. 

Ciononostante la risposta ai fenomeni di abuso e' 
spesso molto limitata, di livello poco piu' che arti- 
gianale, estremamente frammentaria e con scar- 
sissimi collegamenti sia livello nazionale che in- 
ternazionale. Non mi riferisco, qui, a quanto ri- 
guarda i meccanismi di repressione del traffico il- 
lecito (su cui non ho competenze specifiche) ma al 
campo della prevenzione (non repressiva), della 
terapia e della riabilitazione. Sembrerebbe quasi 
che il sistema di intervento, Nazionale o 
Internazionale che sia, si comporti un po' come 
certe famiglie che, non aspettandosi mai un figlio 
tossicomane, sono assolutamente impreparate 
all'evenienza e si sorprendono e si disperano solo 


22 




tossicodipendenze 


dopo avere impattato con una dura realta', cer- 
cando di "chiudere la stalla quando i buoi sono 
scappati". 

Vorrei far notare che a quindici anni dalla legge 
685/75 se ne e' realizzata la sua modifica e che, al 
di la' della sanzione del consumo di sostanze ille- 
gali, la nuova legge cerca soprattutto di creare de- 
gli standard minimi per la istituzione di Servizi di 
prevenzione, terapia e riabilitazione. 

Questo significa una cosa precisa: in molte Regioni 
di Italia, a livello di intervento, c'e' ancora tutto o 
quasi tutto da fare. 

Il problema che vorrei porre alla vostra attenzione 
tuttavia molto piu' complesso e sottile, infatti non 
sono affatto convinto che la sola risposta quantita- 
tiva sia una soluzione dei problemi che ci propo- 
niamo di affrontare. 

Un fenomeno epidemico di abuso incomincia ad 
essere considerato solo quando i dati provenienti 
dalle forze di Polizia (arresti, sequestri ecc.) inco- 
minciano a combaciare con le segnalazioni degli 
interventi dei Servizi di terapia. Parlarne prima 
viene considerato " inutile allarmismo 
Provvedimenti specifici, generalmente, vengono 
presi solo se esistono anche numerose segnala- 
zioni di morti correlate al fenomeno di abuso 
stesso specialmente se l'interessamento dei media 
crea una delie ricorrenti "emergenze droga" che 
periodicamente percorrono il nostro Paese. 

Se riflettiamo un attimo, questa modalità' di ap- 
proccio ai fenomeni di abuso presenta un primo 
gravissimo limite: si interviene solo dopo che una 
eventuale epidemia si e' già' ampiamente diffusa e 
consolidata. 

Un secondo gravissimo limite e' che i Servizi di te- 
rapia (strutturati dopo una "emergenza" prece- 
dente) non sono costruiti per il nuovo fenomeno di 
abuso in quanto sul precedente hanno modulato la 
loro preparazione tecnica, l'organizzazione e 
l'immagine. 

I nostri servizi per le tossicodipendenze, ad esem- 
pio, non vedono o quasi cocainomani e, quindi, 
non confermano i dati di aumento del traffico di 
cocaina provenienti dalle forze di Polizia. Di con- 
seguenza il fenomeno e' trascurato anche per 
quanto riguarda la prevenzione. 

Ma i nostri servizi di terapia sono stati costruiti 
essenzialmente per "EROINOMANI EMARGINATI" 
ed hanno una diffusa ed erronea immagine pub- 
blica di "bar metadonici". Per quale motivo, dun- 
que, un cocainomane dovrebbe rivolgersi a questo 
tipo di struttura ? Nello stesso tempo, gli Operatori, 
che non vedono cocainomani, non si sentono spinti 
ad affrontare il problema (ne 1 hanno formazione 


per farlo). Nel momento in cui rilevano una condi- 
zione di tossicodipendenza, ad esempio, si ac- 
contentano, senza approfondire, di una risposta - 
"solo qualche volta ..."- riferita da un paziente 
all'uso di cocaina e trascurano la sua eventuale 
conversione a questa sostanza una volta cessato 
l'abuso di eroina. 

Nessun Operatore che si occupi di terapia 
dell'alcoolismo si accontenterebbe della stessa ri- 
sposta da parte di un suo paziente perche' e' nor- 
male òche un alcoolista riferisca di “non bere quasi 
nulla" anche quando e' già' ubriaco a mezzogiorno. 
Per ie "nuove" dipendenze gli Operatori tendono a 
sottovalutare ciò' che il loro paziente sottovaluta ! 

Naturalmente alla cocaina e' possibile sostituire 
qualsiasi sostanza che il risultato non cambia« Le 
conseguenze principali di questa situazione e'che 
SIA A LIVELLO NAZIONALE CHE INTERNAZIO- 
NALE NON SIAMO CAPACI DI PREVENIRE I 
FENOMENI DI ABUSO MA RIUSCIAMO SOLO AD 
INSEGUIRLI UNA VOLTA CHE HANNO AS- 
SUNTO UNA DIMENSIONE INTERNAZIONALE E 
SI SONO CONSOLIDATI. 

Su questo fatto, evidentemente, si sta sviluppando 
la politica di marketing di chi vende droga basata 
anche sulla considerazione che i sistemi istituzio- 
nali tendono a diventare "istituzioni conservatrici e 
poco elastiche" che non hanno convenienza (fino a 
quando ne possono fare a meno) a modificarsi. Il 
ritardo tra la nascita di un nuovo fenomeno di 
abuso e la risposta per arginarlo diventa cosi' ab- 
bastanza lungo da permettere enormi profitti. 
Probabilmente questo "difetto originale" dei nostri 
sistemi di intervento nasce dal fatto che, ad occu- 
parsi di droga sono soprattutto terapeuti o persone 
animate da profondi sentimenti sociali. Questi 
Operatori, per formazione culturale ed istituzionale, 
sono preparati soprattutto ad intervenire a valle di 
un fenomeno e non a monte. Per questo motivo, 
quando riescono ad uscire da una improvvisazione 
professionale purtroppo ancora molto diffusa nel 
nostro paese, non riescono ad individuare i cam- 
biamenti che avvengono a monte del loro operare 
anche per ia ben nota refrattarieta' di qualunque 
lavoratore ail'evoiversi deile tecnologie. Nella mi- 
gliore delle ipotesi cercano di modificare qualcosa 
solo una volta che siano in possesso di dati reali 
che motivino la necessita' di eventuali mutamenti, 
ma difficilmente si preoccupano di capire se il si- 
stema in cui sono inseriti e' capace di rilevare quei 
dati di cui avrebbe bisogno per modificarsi. 

Il nostro sistema di intervento, infatti, sacrifica la 
prevenzione alla terapia e non ha occhi e orecchie 
per prevedere i fenomeni di abuso. Poiché’ la pre- 


23 




tossicodipendenze 


visione non e' impossibile c'e‘ da pensare che tutto 
ciò 1 sia dovuto a scelte precise (inconsapevoli ?). 
La diffusione dei fenomeni di abuso, infatti, si 
muove con leggi molto simili a quelle generali di 
mercato. C'e' gente disposta a pagare molto per la 
droga perche' ritiene che valga molto. Su qualsiasi 
fascia di prodotti e' possibile determinare con una 
certa precisione le tendenze del mercato ed inter- 
venire di conseguenza anche analizzando la pos- 
sibile tipologia dei consumatori. La tecnologia per 
questo tipo di indagini e' usata da decine di anni 
probabilmente anche da chi vuole procurarsi nuovi 
tossicodipendenti. 

Sono impossibili tecniche di demarketing ? 

E' impossibile pensare risposte del sistema di in- 
tervento strutturate non esclusivamente in base 
alla valutazione dei fenomeni già' consolidati ma 
anche in opposizione al dilagare di possibili epide- 
mie future ? 

A mio parere non e' affatto impossibile ma occor- 
rerebbe aprire occhi e orecchie in campi fino ad 
ora esplorati solo parzialmente in questo settore. 
Paradossalmente tentativi in Italia vengono fatti o 
si stanno progettando solo in Regioni molto piccole 
come ad esempio la Val D'Aosta o il Friuli. 0 
vengono sviluppati progetti sporadici di alto valore 
ma troppo limitati nel tempo per avere efficacia. 

Se si riuscisse a far si che il nostro sistema di in- 
tervento terapeutico èfosse meno selettivo e piu' 
riservato, meno mirato all'esclusivo trattamento 
degli eroinomani, piu' elastico nell'operato e nella 
formazione degli operatori già' sarebbe un risultato 
ma quello che fondalmente manca a livello 
Nazionale e, come ho già' detto, la capacita' di 
prevedere i fenomeni di abuso per prevenirli. 

Poiché' le tecnologie di rilevazione e di interpreta- 
zione dei dati non mancherebbero il problema ri- 
mane quello di costruire un progetto obiettivo na- 
zionale che , tenendo conto delle realta' locali, sia 
in grado di promuovere ed attuare prevenzione. 
Prevenire la tossicodipendenza e' soprattutto un 
progetto culturale: non repressivo, nemmeno assi- 
stenziale o terapeutico. 

Durante un mio recente viaggio negli Stati Uniti 
sono rimasto stupito dal fatto che ad auspicare 
sempre piu' seri progetti di prevenzione non re- 
pressiva, fossero soprattutto operatori della 
Magistratura e delle forze di Polizia, cioè' i soggetti 
incaricati della repressione. 

Chi si occupava di terapia ed assistenza era, in- 
vece, piu' scettico, quasi come se non credesse 
alla possibilità' di prevenire, anche considerando il 


proprio operare piu’ importante per la soluzione di 
ogni problema. 

Forse anche per questo motivo e' cosi' difficile 
agire preventivamente e le risorse destinate alla 
prevenzione sono troppo esigue rispetto a quelle 
destinate alla terapia ed alla riabilitazione. 

Si deve anche tenere presente un'ultima conside- 
razione: finche' esiste chi cura esiste anche chi si 
droga e viceversa. Il sistema terapeutico-assi- 
stenziale può' anche essere (sebbene inevitabil- 
mente e perversamente) parzialmente funzionale 
al mercato degli stupefacenti. 

Se si riuscisse anche a prevedere ed a prevenire la 
tossicodipendenza muovendosi seriamente per un 
mutamento delle condizioni culturali che lasciano 
spazio al mercato, probabilmente certe epidemie 
sarebbero arginate con maggiore efficacia. Se 
questo mutamento culturale, tuttavia, non avviene 
in chi opera nel settore, sia a livello terapeutico - 
assistenziale sia a livello politico, sara' sempre fin 
troppo facile seppellire ogni possibilità' di reazione 
a monte dei fenomeni di abuso. 

Chi vende droga ha una organizzazione troppo 
ampia e redditizia per lasciare solo al caso la pro- 
mozione della sua merce. Chi vuole contrastare 
questo mercato deve avere il coraggio di investire 
piu' risorse in senso preventivo anche sapendo che 
questa azione, in caso di successo, può' sottrarre 
risorse a miriadi di attività' lecite che vengono fi- 
nanziate con denaro riciclato che proviene dalla 
droga. I tossicodipendenti, in qualche modo, sono 
nuovi schiavi che producono ricchezza non solo 
per i loro aguzzini. Se rinuciamo agli schiavi dob- 
biamo rinunciare alla ricchezza che producono. 


Dott. Riccardo C. Gatti 

Nucleo Operativo Tossicodipendenze U.S.S.L. 76 
via Matteotti 30 
20090 Rozzano MI 

** ( SIDAnet Information ) ** 


24 



tossicodipendenze 


6 File: Al 9889. ITA 


DROGA: L'ESPERIENZA OLANDESE 
Peter D. A. Cohen 


OLANDA - Docente di Sociologia all'Università di 
Amsterdam, è stato fra i consulenti governativi 
promotori della depenalizzazione di fatto di ma- 
rijuana e hashish e delle iniziative governative a 
favore di un reinserimento sociale dei tossicodi- 
pendenti. Attualmente è il Direttore del Programma 
di ricerche sulla tossicodipendenza del Comune di 
Amsterdam. Negli ultimi anni ha svolto una serie di 
ricerche sugli effetti dell'uso della cocaina nelle 
diverse classi sociali. 

SOMMARIO: L'autore descrive le tendenze della 
politica olandese sugli stupefacenti. Senza il ri- 
corso alla repressione, la politica in vigore ad 
Amsterdam non incoraggia il consumo delle dro- 
ghe e non favorisce certe burocrazie e la mafia. 
Nel rispetto dei principi fondamentali della prote- 
zione della salute e dell'applicazione della legge, la 
“esperienza olandese" potrà essere utilizzata sul 
piano internazionale con i necessari adattamenti 
alle circostanze particolari di ciascun paese. 

(“I costi del proibizionismo sulle droghe" - Atti del 
colloquio internazionale sull'antiproibizionismo, 
Bruxelles 28 settembre - 1 ottobre 1988 - Ed. 
Partito Radicale) 

In questa relazione mi sono prefissato il compito di 
illustrare alcuni degli aspetti meno conosciuti della 
politica olandese in materia di droga. 

Concluderò con alcuni dati sul consumo di droga 
ad Amsterdam, in modo da mostrare come la 
strategia sulla droga adottata nei Paesi Bassi non 
generi ulteriore tossicodipendenza, ma il suo con- 
trario. Prima di addentrarmi in un argomento così 
specialistico, però, vorrei iniziare con alcune os- 
servazioni sul proibizionismo. 

Se i proibizionisti di tutto il mondo fossero sinceri 
nella loro preoccupazione per l'uso della droga, 
l'abbondanza di prove dell'inefficacia e dell'effetto 
controproducente di una guerra alla droga sareb- 
bero prese seriamente a cuore. Se i proibizionisti 
fossero seriamente preoccupati dell'uso e abuso 
delle droghe applicherebbero le vaste conoscenze 
oggi a disposizione sulle tossicodipendenze per 
ideare strategie migliori e meno dannose. Ma i 


proibizionisti di tutto il mondo se ne fregano del 
consumo di droga e dei tossicodipendenti. Il proi- 
bizionismo è un sentimento viscerale: è l'opposto 
della razionalità. Politicamente appartiene a quella 
categoria di ideologie di cui fanno parte il razzismo 
e il totalitarismo. 

Inoltre è forse altrettanto importante il fatto che dà 
lavoro a molta gente, come la diplomazia o la fi- 
nanza, o, per usare un paragone più calzante, 
come la mafia. Nelle sontuose, mastodontiche bu- 
rocrazie messe su per finanziare la guerra alla 
droga c'è modo di fare soldi. Queste burocrazie 
sono mantenute statalmente per legittimare ogni 
genere di violenza istituzionale, usata principal- 
mente contro le minoranze e le nazioni più deboli. 
L'avanzata tecnologia nelle comunicazioni ha tra- 
sformato questa forma moderna di caccia alle 
streghe in un'attività mondiale e il tragico risultato 
di tutto questo è che milioni di persone, non solo 
negli Stati Uniti, ma anche in Europa, credono ve- 
ramente che la droga sia la causa di tutti i mali 
perché hanno imparato ad associarli con la droga. 
Esattamente come nel corso dei secoli milioni di 
persone hanno veramente creduto che le streghe 
fossero responsabili della peste, della siccità e 
della carestia. 

Il proibizionismo è comunque un grottesco falli- 
mento poiché le tecniche che impiega si basano su 
un ancor più grottesco equivoco sui poteri dello 
Stato. 

Questo equivoco è provocato in parte dagli stessi 
servitori delio Stato. Se si proclama il pericolo le- 
tale delle droghe e si suggerisce che solo il potere 
statale possa difendere il pubblico da questi peri- 
coli, la gente si aspetta automaticamente che siano 
le istituzioni statali ad occuparsi dell'uso della 
droga. E' così che avviene che il cosiddetto pro- 
blema della droga diventi essenzialmente uno 
strumento con cui lo stato mantiene la sua autorità 
e il suo potere repressivo. 

lo ritengo che l'iniziativa del Partito Radicale sia 
uno sforzo coraggioso e umanitario per cercare di 
attirare l'attenzione sulla crudeltà e l'inutilità della 
guerra alla droga. In Italia, un paese dove persino i 
Comunisti stabiliscono erroneamente un parallelo 
tra la guerra alla droga e la lotta alla mafia, esiste 
fortunatamente una base politica per discutere un 
cambiamento delle politiche in materia di droga. Mi 
auguro che molti paesi seguiranno. 

Sono stato invitato a parlare della cosiddetta 
Esperienza Olandese sulla droga e le strategie per 
la droga. 

Comincerò cercando di chiarire quale può essere il 
significato dell’espressione "Esperienza 
Olandese". Quindi sottolineerò come questa 


25 





tossicodipendenze 


espressione possa avere un significalo solo 
nell'ambito deila discussione internazionale sulla 
droga da una prospettiva esterna ai confini olan- 
desi. 

Nell'ambito dei Paesi Bassi quella situazione che 
gli stranieri vedono come esperienza olandese con 
la droga non è vissuta come una particolare poli- 
tica che si distingua dalle altre. Nel nostro paese 
essa è considerata solo come uno dei molti esempi 
di un generico accordo sui prò e sui contro sociali 
della legge penale e la legge penale in generale 
come uno strumento per la soluzione di problemi 
sociali o problemi di devianza. 

Una delle difficoltà che si incontrano per descrivere 
la cosiddetta esperienza olandese consiste nel 
fatto che non so se dalle prospettive dei vari paesi 
la cosiddetta esperienza olandese significhi la 
stessa cosa. Ma, poiché gli olandesi vengono de- 
finiti "permissivi", per amore di brevità ridurrò la 
nozione di esperienza olandese alla sensazione di 
un ricorso minimo o addirittura inesistente a prov- 
vedimenti penali verso chi assume droga. 

Un'altra difficoltà sta nel fatto che i Paesi Bassi, 
nonostante le loro piccole dimensioni territoriali, 
hanno varie zone in cui le strategie sulla droga 
sono molto differenti. I Paesi Bassi, diversamente 
dalla Germania, non hanno una politica omogenea 
in materia di droga. Gli Italiani avranno familiarità 
con le grandi differenze a livello locale. (Per 
esempio in Italia la morfina è stata somministrata ai 
tossicodipendenti in città come Firenze e Napoli, 
mentre questo era completamente impossibile se 
non addirittura proibito in altri posti. A Torino ci 
sono sempre state forme ufficiali di distribuzione 
del metadone, mentre a Milano non c'era niente 
del genere e, se non vado errato, a Milano non 
esistono ancora centri dove si possano aiutare col 
metadone coloro che sono assuefatti a sostanze 
oppiacee). 

Proprio allo stesso modo in Olanda si possono 
notare ampie differenze di politica sulla droga da 
zona a zona, e questo non vale solo per sostanze 
come la cannabis, ma anche per gli oppiacei. 

Ad Amsterdam è diventato a poco a poco possibile 
comprare liberamente derivati della cannabis in 
negozi specializzati, ma in Utrecht o Rotterdam 
non esiste niente del genere o solo raramente. 

E' possibile che l'esperienza olandese sia rappre- 
sentata agli occhi degli stranieri principalmente 
dalle scelte in materia di droga della città di 
Amsterdam, dove già dal XVII secolo il livello delle 
libertà personali è stato sempre relativamente più 
alto che in tutto il resto del paese. Naturalmente 
Amsterdam è la città olandese più importante dal 
punto di vista del consumo di droghe illegali 


(tornerò più tardi su questo punto). Amsterdam non 
è solo la città più grande di tutta la nazione, ben- 
ché non abbia più di 650.000 abitanti, ma ne è 
anche la capitale artistica ed intellettuale. Tentativi 
di nuove idee e stili di vita avvengono più facil- 
mente qui che in qualsiasi altro posto. 

(inoltre Amsterdam ha una tradizione molto lunga 
di adattamento a questi esperimenti poiché ha 
sempre ospitato un numero piuttosto alto di emi- 
grati e rifugiati. Ancor di più, è stata un porto fio- 
rente che accoglieva navi da tutto il mondo, con 
tutti gli influssi immaginabili di stranieri e di nuovi e 
strani prodotti). 

Così è probabilmente opportuno che io consideri 
alla stessa maniera l'esperienza olandese e quanto 
prima ho detto, la mancanza di ricorsi a sistemi 
repressivi, con particolare riguardo per la 
Amsterdam degli ultimi 25 anni. 

Se fossi obbligato a citare degli aspetti omogenei e 
manifesti di una politica nazionale olandese sulla 
droga potrei parlare delle linee di principio adottate 
ufficialmente in merito alla non punibilità dell'uso 
individuale di cannabis e alla sua vendita in piccole 
quantità. Ma questo orientamento non viene co- 
munque interpretato allo stesso modo in tutto il 
territorio nazionale e in alcuni posti è applicato 
molto restrittivamente dai magistrati locali. 

Parlare di legge penale implica che io introduca un 
livello di descrizione in qualche modo più compli- 
cato di quella che è definita all'estero l'esperienza 
olandese. 

Fino ai primi anni Ottanta c'erano in Olanda circa 
25 persone in prigione ogni mille, contro più di 100 
su mille in Germania. Uno degli aspetti più generali 
dell'applicazione dei codice penale olandese con- 
siste nella sua insistenza nel cercare di tenere la 
gente fuori dalle prigioni. Negli ultimi sei o sette 
anni questa tendenza è un po' cambiata, ma devo 
comunque sottolineare che una certa assenza di 
leggi penalmente punitive non è limitata al con- 
sumo di droghe, ma a vari tipi di comportamenti il- 
legali o devianti. Un esempio molto conosciuto è lo 
svilupparsi durante gli anni Settanta di un gran 
numero di bar e ritrovi per il gruppo degli omo- 
sessuali emancipati. Emerse un'importante sotto- 
cultura omosessuale con una certa quantità di li- 
bertà di atteggiamenti che scioccò molti turisti 
stranieri. L'esempio più conosciuto è probabil- 
mente la depenalizzazione della prostituzione e di 
varie forme di pornografia, che provocò la nascita 
di un commercio erotico completamente aperto e in 
gran parte non criminale. 

La mancanza di sanzioni penali per molte aree di 
comportamenti fuori della norma o di trasgressioni 
della legge fu resa possibile in parte dalia disponi- 


26 




tossicodipendenze 


bilità di alternative. Nei casi in cui le autorità do- 
vevano intervenire, spesso si preferivano tratta- 
menti di cura o altre misure piuttosto che la messa 
in moto del meccanismo giudiziario. E dove le au- 
torità non erano forzate ad intervenire era possibile 
decidere per la chiusura di un caso senza nessuna 
procedura. Questo era a sua volta reso possibile 
dalla libertà legale che viene data al magistrato 
olandese di scegliere se perseguire o meno qual- 
cuno. Vale a dire che dove un magistrato tedesco 
è obbligato per legge a sviluppare un'istruttoria 
completa, uno olandese può invece decidere di 
lasciare un caso totalmente al di fuori delle pro- 
cedure penali se pensa che ne trarranno beneficio 
sia il trasgressore che lo stato. 

L'esperienza olandese sulla droga così come la 
intendono gli stranieri è solo un esempio di 
un'atteggiamento molto più generale verso alcune 
forme di devianza, in particolare nella città di 
Amsterdam. 

Potremmo definire questo atteggiamento pragma- 
tismo sociale. Fino a che il comportamento di un 
certo gruppo non danneggia in particolar modo gli 
altri il gruppo è lasciato a se stesso e qualche volta 
aiutato da istituzioni di assistenza specializzata. 
Nel caso di coloro che sono assuefatti a sostanze 
oppiacee si è capito piuttosto rapidamente che la 
dipendenza di queste persone dal mercato nero 
richiedeva forme speciali di assistenza sociale. 
Attraverso tentativi ed errori questi servizi si svi- 
lupparono ad Amsterdam in forme che coprivano 
sistemi di cura altamente differenziati. E qui ve- 
niamo ad un'altra caratteristica della politica so- 
ciale olandese. Uno degli obiettivi principali delle 
istituzioni sanitarie è di mettere a disposizione del 
maggior numero possibile di potenziali utenti il 
maggior numero possibile di tipi di assistenza. 
Questo spiega molto della direzione presa ad 
Amsterdam dallo sviluppo delle cure per i tossico- 
dipendenti. Quando essi non usarono le istituzioni 
iniziali di cura, si concluse che queste istituzioni 
dovessero essere adattate maggiormente alle 
necessità dei loro potenziali utenti. Da qui nac- 
quero i famosi programmi di distribuzione spicciola 
per il metadone ad Amsterdam, di cui gli autobus 
del metadone sono l'espressione più conosciuta. 
Così, quando si cerca di comprendere il significato 
della nozione di "esperienza olandese" è neces- 
sario ricordare che sia per gli aspetti sanitari che 
per l'intervento della legge penale la politica olan- 
dese per la droga è molto normale e corrisponde ai 
generali principi sulla sanità e le sanzioni legali. 
Questo vuol dire che la politica olandese per la 
droga non è qualcosa di speciale che è stato in- 
ventato apposta per uso nazionale. 


Un altro aspetto della politica sociale olandese è 
che le politiche di ostracismo sono molto difficili da 
mettere in atto. Tra la popolazione anche nella 
stessa Amsterdam ci sono sempre state delle forze 
che avrebbero voluto confinare tutti i tossicodi- 
pendenti e gli altri devianti su un'isoletta vicino alla 
costa, ma queste forze sono rimaste scarse e prive 
di un rilevante aiuto politico. Lo stesso vale per gli 
ostracismi economici. Nei Paesi Bassi, per esem- 
pio, nessuno proporrebbe seriamente che ai tos- 
sicodipendenti senza lavoro venisse negata 
quell'assistenza economica di base di circa 500 
dollari al mese che viene generalmente fornita in 
Olanda ai disoccupati. 

Per riassumere, la politica olandese per la 
droga è solo una delle applicazioni di un prin- 
cipio più generale di amministrazione sociale 
caratterizzato principalmente da 

1) la massima riduzione possibile di sanzioni penali 

2) la creazione di istituzioni sanitarie specializzate 
accessibili al maggior numero possibile di utenti 
potenziali 

3) il minimo ostracismo sociale supportato dallo 
stato verso i gruppi devianti e 

4) una base economica ragionevole per tutti i cit- 
tadini, a prescindere dalla loro condizione sociale o 
livello di devianza. 

E' naturale che i modi e i livelli di applicazione di 
questi principi di base siano materia di continuo 
dibattito politico. Attualmente alcuni di questi stessi 
principi sono stati messi sotto accusa. 

10 credo che l'esistenza pressoché generale 
dell'idea di una cosiddetta esperienza olandese 
sulla droga non sia altro che un artificio retorico, o, 
forse meglio, una semplificazione, benché usata in 
modo diverso, sia dai più decisi proibizionisti che 
dagli antiproibizionisti più ardenti. 

11 fatto che le autorità olandesi non abbiamo mai 
lanciato grida di guerra contro gli omosessuali, i 
drogati o i malati di AIDS viene usato allo stesso 
modo da proibizionisti e antiproibizionisti per esa- 
gerare grossolanamente la quantità di libertà esi- 
stente nei Paesi Bassi. Ciononostante, io ritengo 
che in alcuni campi esistano delle piccole ma im- 
portanti differenze in termini di libertà tra l'Olanda e 
gli altri paesi. 

Nel corso della mia analisi ho cercato di mostrare 
come la politica olandese sulla droga faccia parte 
di principi più generali di amministrazione. 

Questo significa che non è possibile esportare 
questa politica come se fosse un fatto a sé stante. 
Se qualche nazione volesse usare parti isolate 
della politica olandese per la droga si scoprirebbe 
che queste funzionerebbero in modo diverso da 
come fanno per esempio ad Amsterdam. Non è 


27 




tossicodipendenze 


possibile trapiantare le scelte sulla droga fatte in 
Olanda senza molti particolari di ciò che implicano 
e ancor di più senza fondamentali scelte politiche 
di economia sociale. 

Dopo queste osservazioni che relativizzano il 
concetto di esperienza olandese vorrei fornire al- 
cuni dati recenti sul consumo di droga ad 
Amsterdam, la cosiddetta capitale europea della 
droga, una delle definizioni più ridicolmente sba- 
gliate a cui si possa pensare. 

Fornisco queste cifre per mostrare che 
l'applicazione di principi più generali di ammini- 
strazione sociale al problema della droga, il che 
significa in qualche misura un minor ricorso a san- 
zioni penali che in altri paesi, non crea consumo di 
droga. Questo è molto importante, dato che un 
argomento dei proibizionisti che fa molto colpo 
sembra essere che la riduzione dell'impegno re- 
pressivo causerà esplosioni di uso e abuso di so- 
stanze stupefacenti. 

Come è noto in tutto il mondo, ad Amsterdam si 
possono acquistare hashish e cannabis in circa 
duecento negozi. Il prezzo di droghe prodotte così 
facilmente e con poca spesa è piuttosto basso, tra 
i quattro e i cinque dollari al grammo, circa la metà 
del prezzo in città come Roma o Milano e un terzo 
di quello di Francoforte o Berlino. Quante persone 
fanno oggi uso dei prodotti in vendita in questi po- 
sti? All'inizio di quest'anno l'università di 
Amsterdam ha studiato un campione rappresenta- 
tivo di oltre 4000 abitanti di Amsterdam dai 1 2 anni 
in su(1). A tutti è stato chiesto se nell'anno prece- 
dente avessero fatto uso di cannabis anche una 
sola volta. Il 9,3% ha risposto affermativamente. Il 
5,5% ha affermato di averne fatto uso anche nel 
mese precedente all'intervista. Il massimo di ri- 
sposte positive, il 14,5%, sull'uso del mese pre- 
cedente è stato rilevato tra persone di età intorno 
ai 23 anni. Questo sta a dimostrare come anche in 
condizioni di facile disponibilità e di relativa as- 
senza di condanna sociale la popolarità della 
cannabis sia piuttosto bassa. 

Cosa dire della cocaina, la moderna, diabolica 
droga, disponibile ad Amsterdam fin dagli inizi degli 
anni Settanta e di moda dai primi anni Ottanta? 

Ho fatto delle ricerche sulla purezza della cocaina 
ad Amsterdam nel 1 987 e ho trovato che era molto 
alta(2). I prezzi medi si aggiravano sui 90 dollari 
con una tendenza a diminuire. L'uso individuale 
della cocaina ad Amsterdam o la sua vendita in 
piccole quantità non è minimamente impedito, se 
non casualmente. C'è quindi molto consumo di 
cocaina? 

Nel totale della popolazione il 5,6% non ha mai 
provato la cocaina e quando si guarda a chi ne ha 


fatto uso nel mese precedente all'Intervista si trova 
solo uno 0,6%. 

E cosa dire ancora dell'uso di oppiacei nella capi- 
tale europea della droga, dove buona eroina è di- 
sponibile per dieci dollari circa e rientra facilmente 
nelle possibilità economiche di chiunque? 
Mettendo insieme oppiacei legali ed illegali, il che 
vuol dire sia quelli prescritti che gli altri, è stata ri- 
levata una percentuale del 9,9%, con una 
"prevalenza del mese scorso" dello 0,9%. 

Anche se volessimo raddoppiare queste cifre, au- 
mentandole del 100% per gli ingiustificati dubbi di 
qualcuno sulla loro affidabilità, non potremmo con- 
cludere che l'attuale consumo illegale di droghe 
nella cosiddetta capitale europea della droga sia 
alto da nessun punto di vista. 

A dispetto di una centenaria guerra santa ameri- 
cana contro alcune sostanze psicotrope i livelli di 
consumo in America, misurati secondo gli stessi 
criteri usati ad Amsterdam, sono molto, molto più 
alti. 

Mi piacerebbe paragonare i dati raccolti ad 
Amsterdam con cifre simili relative ad altre capitali 
europee, ma queste semplicemente non esistono. 
Questa, tra l'altro, è una delle dimostrazioni che il 
proibizionismo è una religione che ha pochissimo 
bisogno di dati obiettivi per legittimarsi. 

E' quindi chiaro che la disponibilità e l'accesso re- 
lativamente facile a droghe come la cannabis, 
l'eroina e la cocaina, qual'è il caso di Amsterdam 
non ne determina i livelli del consumo. Questa 
osservazione è molto importante per la valutazione 
degli effetti dei metodi polizieschi nella lotta contro 
la droga. 

I livelli di prevalenza sono aumentati da numerosi 
fattori, tra i quali la moda e l'utilità sociale sono 
forse i più importanti. Ma, a tutti i livelli di preva- 
lenza della droga il consumo è molto meno impor- 
tante del modo con cui avviene. Anche se dices- 
simo che il 50% di una popolazione ha fatto uso di 
cocaina nel mese precedente alla ricerca questo 
non sarebbe realmente rilevante. 

Quello che è importante è con quanta abilità essi 
ne fanno uso, quanto spesso, quanto e in quali 
circostanze e in quale sistema normativo. 
Assumere cocaina nelle condizioni socialmente 
depresse di un ghetto urbano porta a modelli dif- 
ferenti e regole diverse di consumo dallo sniffare 
cocaina per aumentare i piaceri di una discoteca o 
di una festa. Questo vale per tutte le droghe. 

Solo a causa dell'illegalità delle droghe si creano 
seri rischi nella sfera sociale. Questi rischi sociali 
che possono variare da forme minime e sottili di 
microesclusione a emarginazione causate dallo 
Stato e dalla prigione, creano masse di vittime 


28 




tossicodipendenze 


delia droga. Fortunatamente in Olanda questo 
processo di vittimizzazione è stato compreso a tutti 
i livelli del farsi politico. Questo è uno dei pochi 
aspetti della politica olandese per la droga che po- 
trebbe essere esportato da solo. Per parafrasare 
l'eccellente articolo di Nadelman su "Foreign 
Policy", si tratterebbe di un'esportazione posi- 
tiva (3). 


(1) Sandwijk, P.; Westerp, I e Musterd, S: "The 
use of illegai drugs in Amsterdam. Report of a 
survey among thè population of 1 2 years and ol- 
der" University of Amsterdam 1988. Di prossima 
pubblicazione. Disponibile solo in olandese. 

(2) Cohen, P. in collaborazione con Korf, D. e 
Sandwijk, P. "Cocaine use in Amsterdam in non 
deviant subcultures" University of Amsterdam 
1988. Prima stesura disponibile in inglese. 

(3) Nadelman, E. "U.S. Drug policy: a bad export" 
Foreign Policy 70, Primavera 1 988. 


fonte : ARCHIVIO PARTITO RADICALE 
** ( SIDAnet Information ) ** 


7 File : A48889.ITA 


TERAPIA DELLA TOSSICODIPENDENZA IN 
U.S.A. E IN ITALIA: UN CONFRONTO 


Dott. Riccardo C. Gatti 

Coordinatore Nucleo Operativo Tossicodipendenze 
U.S.S.L. 76 (Rozzano - Mi) 


Premessa 

Descrivere il sistema di intervento statunitense nel 
settore delle tossicodipendenze e' probabilmente 
molto arduo anche per un esperto che viva e lavori 
in quella nazione. 

La presenza di diversi Stati, ciascuno con una 
propria particolare situazione amministrativa, nor- 
mativa, sociale; l'intersecarsi di diverse culture et- 
niche; l'estensione del territorio, la vastita' e la 
muitiformita’ della iniziativa privata; le enormi dif- 
ferenze tra le grandi megalopoli ed il resto della 
nazione rendono qualsiasi ipotesi descrittiva vera- 
mente ardua. 

In questo articolo mi limiterò', pertanto, a suggerire 
delle impressioni soggettive, comparando ciò' che 
ho potuto conoscere direttamente con la situazione 
italiana. 

Le mie conoscenze della realta' statunitense si ri- 
feriscono ad un intenso programma di confronto 
con esperti di quella Nazione che ho avuto modo di 
incontrare a Washington D.C., Atlanta (Georgia), 
Denver (Colorado), San Francisco (California), 
Pittsburgh (Pensilvania) e New York. Gli incontri si 
sono svolti in un periodo compreso tra la primavera 
1988 e l'estate 1989. 


Ringrazio sentitamente le varie Amministrazioni 
U.S.A. Pubbliche e Private che hanno favorito 
questi incontri con persone che hanno dimostrato 
una grande ospitalità', una eccezionale cortesia ed 
un profondo interesse per il mio desiderio di infor- 
mazione e conoscenza. Grazie all' United States 
Information Agency (Sponsor), alla Voluntary 
Visitors Division, all' Institute of International 
Education ed alla U.S.S.L. 76 (da cui dipendo) che 
hanno reso possibili questi viaggi. 

Un ringraziamento particolare a John Keller ed a 
Linda Powers rispettivamente ex Direttore e 
Vicedirettore dell'U.S.I.S. di Milano nonché' a 
David Seal, attuale Direttore. In queste persone e 
nel personale dell' United States Information 


29 





tossicodipendenze 


Service di Milano, veramente convinto 
dell'importanza del confronto culturale internazio- 
nale, ho trovato fiducia, un contributo tecnico in- 
dispensabile ed anche manifestazioni di vera ami- 
cizia. 


Il contesto generale 

New York non e' l'america. Bisogna tenerlo bene in 
mente e chi abita negli U.S.A. (e non sta a 
Manhattan) cerca di ricordartelo spesso special- 
mente quando, nuovo arrivato dall'Italia, cerchi di 
tuffarti in questo posto incredibile. New York e 1 
come il mare: o ti ci butti e nuoti lasciandoti portare 
dalla corrente oppure ci affoghi. In questa citta' c'e' 
veramente di tutto, nel bene e nel male. Gli Stati 
Uniti, invece, sono una grande provincia: grandi 
spazi, grandi parchi, grandi zone agricole e, forse, 
fin troppa calma. A New York, New York (e nelle 
altre grandi citta') tutto e' estremizzato. In certe ore 
transitare in alcuni quartieri diventa pericoloso ma 
mi e' capitato piu' di una volta di trovare per strada 
gente che vedendomi con in mano la mappa della 
citta' mi chiedesse spontaneamente se volevo 
aiuto. Nella "Grande Provincia" degli States molte 
ville delle zone residenziali non hanno nemmeno 
recinzione ed il prato si affaccia direttamente sulla 
strada e, anche se alcune hanno sistemi di al- 
larme, la gente che ci vive pare poco preoccupata, 
almeno all'apparenza, di fatti criminali. A New York, 
ma anche a Los Angeles, Washington o altre 
grandi citta' ci sono delle zone dove "e 1 meglio non 
andare" ma anche le cittadine di provincia hanno i 
loro quartieri inquietanti. Spesso si tratta di centri 
storici, ormai abbandonati dalla popolazione del 
posto che vive nelle ville delle zone residenziali. In 
queste zone c'e' molta immigrazione povera e, già' 
dalla sera, si vedono molte facce poco rassicuranti 
e di età' spesso indefinibile. Sono uomini ubriachi o 
con gli occhi velati da qualche droga. 

Se andate in giro la sera nei luoghi di provincia non 
e' difficile capitare in questi luoghi che si capisce 
come abbiano conosciuto, in passato, tempi mi- 
gliori. Poi le cittadine si sono trasformate anche per 
la riconversione economica da industriale a terzia- 
rio avanzato. 

Le fabbriche hanno chiuso e trasferito la loro pro- 
duzione all'estero dove la manodopera costava 
meno. 

Il mercato del lavoro negli U.S.A. prevede una 
grossa mobilita' ed il lavoro può' essere trovato ma 
anche perso con facilita'. Le grosse compagnie 
non hanno molti scrupoli e detengono un potere 


enorme. A Denver, per esempio, molti uffici sono 
stati chiusi dopo la crisi del petrolio ed i palazzoni 
che luccicano nel cielo dei due centri direzionali 
hanno dei piani vuoti. 

C'e' poi la stessa concorrenza tra le citta' che crea 
possibilità', mobilita' ma anche problemi a chi vor- 
rebbe avere un lavoro stabile. 

Atlanta, per esempio, sembra un cantiere: tutto e' 
in costruzione o ricostruzione. Stanno cercando di 
diventare la capitale commerciale del sud e, forse, 
ci riusciranno. Per questo molte grandi compagnie 
attratte dalle agevolazioni fornite dalle amministra- 
zioni si stanno trasferendo ed i nuovi spazi na- 
scono come funghi. 

Apparentemente tutta la strutturazione sociale ed 
economica degli Stati Uniti e' basata sul libero 
mercato e sulla capacita' dei singoli di emergere. 

In realta' il mercato non e' poi cosi' libero ed evitare 
che il potere delle grandi compagnie sia assoluta- 
mente condizionante diventa molto difficile. La 
competitivita' e' comunque alta ovunque e questo 
significa che nessuno può' stare mai compieta- 
mente tranquillo. La competitivita' esasperata 
tende a trasferirsi dalla citta' alla provincia ed i piu' 
deboli sono spazzati via senza molti riguardi. Per 
questo la forza del singolo di battersi per emergere 
e' forse un qualcosa che riguarda piu' l"'american 
dream" (il sogno americano) che la coscienza 
stessa dei cittadini. Per questo motivo, probabil- 
mente, la lobby ed il lobbismo hanno cosi' impor- 
tanza e riconoscimento, ed i gruppi culturali ed et- 
nici tengono a mantenere una identità' che, seb- 
bene modulata su nuovi canoni, tende ad essere 
espressa chiaramente nel modo di vestire, di 
mangiare, di aggregarsi religiosamente, di ritrovarsi 
e spesso anche di stabilirsi in zone della citta'. 

Apparentemente l'unica cosa che pare neutrale a 
queste influenze e' la televisione che cerca di 
mantenere un equilibrio (perche 1 deve vendere a 
tutti) ma che probabilmente, proprio per la vastita' 
del territorio e delle differenze che vi sono rappre- 
sentate, stenta ad avere una funzione unificante 
anche nella lingua. Solo gli speaker dei telegiornali 
parlano una lingua unitaria. Gli accenti di una parte 
rispetto ad un'altra degli Stati Uniti sono molto di- 
versi. Chi non conosce bene l'inglese se ne ac- 
corge dal fatto che, stranamente, riesce a capire 
alcune persone ed altre no. Ma gli stessi cittadini 
statunitensi, a volte, hanno difficolta' a compren- 
dere certe espressioni idiomatiche o certi accenti, 
anche poco facilitati da una lingua dove e' normale, 
dovendo scrivere un nome (di persona, di una 
strada ecc.), chiederne anche lo spelling 


30 




tossicodipendenze 


(sillabazione) perche' non sempre la pronuncia 
parlata corrisponde alla grafia. Comunque le tele- 
visioni e le radio si sono anche accorde del fatto 
che la lingua spagnola e' molto parlata ed alcune 
stazioni trasmettono solo per il pubblico degli spa- 
nisi 

Questa grande "unita 1 nella diversità" che gli Stati 
Uniti esprimono e' comunque il grossissimo poten- 
ziale di energia che ne ha fatto il paese trainante 
nella situazione economica e culturale di questi 
anni e va considerato come una delle piu' grosse 
ricchezze della nazione anche se, incanalare que- 
ste diversità', e' costato i molti e gravi travagli che 
fanno parte della storia americana passata e con- 
temporanea. 

Per questa multiformita' del panorama statunitense 
e' particolarmente difficile la descrizione di un si- 
stema di intervento sulle tossicodipendenze proprio 
perche', tutto sommato, questo non esiste in 
quanto tale. 

All'inizio degli anni 80 poi, sotto l'amministrazione 
Reagan, al National Institute on Drug Abuse 
(N.I.D.A.) sono stati tolti i compiti di controllo cen- 
trale connessi alla concessione di fondi per pro- 
grammi di prevenzione, terapia e riabilitazione ed il 
N.I.D.A. e' diventato soprattutto un istituto di ri- 
cerca perdendo contemporaneamente la possibi- 
lità' di vincolare molti centri di intervento ad una 
restituzione di dati sulle attività'. 

Attualmente i fondi vengono distribuiti agli stati ed 
alle ripartizioni amministrative che da questi di- 
pendono e ce'e' chi sostiene che (come da noi, per 
altro) non vi sia un sufficiente controllo sul finan- 
ziamento pubblico delle iniziative private, sui criteri 
di programmazione e sugli standard di offerta delle 
singole realta' territoriali e che vi sia un uso talvolta 
strumentale (elettorale) dei finanziamenti. 

La stessa vastita' del territorio, il numero degli Stati 
e della amministrazioni coinvolte rende comunque 
pressoché' impossibile raccogliere un giudizio uni- 
forme. L' iniziativa della Signora Reagan che ha 
promosso una campagna nazionale di senzibiliz- 
zazione “Just say no" (basta dire no) contro la 
droga trova ancora adesso sostenitori e critici. 
Bisogna dire, tuttavia, che esiste una certa fiducia 
sul fatto che il problema droga possa essere af- 
frontato e ridimensionato. Per gli scettici ricordo 
che attualmente negli States il fumo del tabacco si' 
e' ridotto notevolmente e questo si nota anche per 
strada o nei locali pubblici (!). Questo risultato e' 
stato raggiunto dopo anni di attento lavoro educa- 
tivo e informativo e dopo campagne anche attra- 
verso i mass-media che hanno coinvolto tutta la 


popolazione. Si dira' che il fumo di sigarette e' 
molto diverso dall'uso di cocaina, eroina o alcool. 
Bisogna tuttavia considerare che la maggior parte 
di studi "follow-up" parlano dell'uso del tabacco 
come di una dipendenza veramente difficile da 
sconfiggere. Inoltre negli Stati Uniti si e' dovuto 
combattere contro agguerritissimi gruppi commer- 
ciali ed una radicata mentalità' che costruiva im- 
magini positive di eroi cinematografici attorno 
all'irrinuncìabile fumo delle sigarette. Una decina di 
anni fa nessuno avrebbe scommesso sulla 
possibilità' di incidere su una abitudine dannosa 
cosi' radicata. Invece, non solo questo e' successo 
ma, come per altre "mode" che dagli U.S.A. arri- 
vano fino a noi, pare che anche in Europa le cose 
vadano cambiando. 

Una casualità'? Probabilmente la gente avrebbe 
abbandonato le sigarette egualmente anche senza 
campagne di prevenzione ed educazione? E' pos- 
sibile. 

Tuttavia non possiamo disconoscere che ad uno 
sforzo preventivo ed educativo durato anni sono 
seguiti dei risultati e che, probabilmente, i minori 
danni alla popolazione generale dovuti 
all'abbandono del fumo ripagheranno abbondan- 
temente per quanto investito. 

Per quanto riguarda alcool e droghe illegali, co- 
munque, il problema continua ad essere serio. Gli 
Stati Uniti risentono di una mentalità' nata proba- 
bilmente al tempo dei figli dei fiori, delle sommosse 
universitarie ed anche della guerra del Viet Nam 
che ha lasciato molto spazio alla droga ed all'alcool 
ed all'esperienza di alterazione dello stato mentale 
vissuta da una parte come possibilità' di liberta' e 
creatività' e, dall'altra, come mezzo di socializza- 
zione. 


La droga e il consumo 

La droga negli Stati Uniti e' forse piu' che da noi un 
fenomeno di consumo che risponde a precise leggi 
di mercato ed a una attenta programmazione di 
distribuzione e di promozione. Questo non toglie 
che chi la vende commetta anche dei grossi errori 
sopravvalutando la recettività' di un mercato che 
piu' di tanto non può’ assorbire. 

C'e' chi sostiene che la necessita' di riversare co- 
caina in Europa sia dovuta ad una sovrapprodu- 
zione della sostanza che non può' essere assorbita 
integralmente dal mercato Americano. Ciò' nono- 
stante il mercato americano della droga e' molto 
vivace e riesce regolarmente a sorprendere con la 


31 




tossicodipendenze 


proposta di nuove sostanze come il CRACK che 
lasciano spiazzati per la loro capacita' di altera- 
zione psichica e di rapidissima induzione di di- 
pendenza unite ad un bassissimo costo. 

A New York ii CRACK costa 5 - 10 - 15 dollari a 
seconda della quantità'. 

E ve lo vendono in una specie di scatolina di pla- 
stica simile a quella delle pietrine degli accendini. Il 
cristallo di CRACK può' essere facilmente prepa- 
rato in casa a partire dalia cocaina e da un altro 
ingrediente molto comune con un procedimento 
rapido ed alla portata di chiunque. Il cristallo viene, 
poi, messo su una reticella metallica appoggiata 
una specie di pipa di vetro e scaldato con la 
fiamma di una sorta di grosso accendino. Col ca- 
lore si gassifica ed il gas viene aspirato. Da una 
situazione di eccitazione rapidissima simile a 
quella di un bolo di cocaina pura endovena. 
Questo momento di "alto" dura pochi minuti in cui 
viene vissuto con estremo piacere "molto di piu' 
dell'orgasmo o di qualsiasi altra sensazione pia- 
cevole" collegatp all'iperfunzione della trasmissione 
nervosa del sistema dopaminergico (una delle ca- 
tene neuronali del nostro cervello). Questo spie- 
gherebbe, tra l'altro, perche 1 assieme al senso di 
piacere viene vissuta anche una sensazione molto 
simile alla paranoia con impressioni vivissime di 
pericolo imminente, di persecuzione, interpreta- 
zione errata di fatti reali ed ansia contemporanea a 
sensazioni di onnipotenza. Segue una depressione 
inversamente proporzionale al piacere nella sua 
profondità 1 . 

I tossicodipendenti con cui ho parlato sono molto 
chiari: nessun piacere e 1 cosi 1 forte come quello 
portato dal crack ma dopo che lo si e' usato po- 
chissime volte non se ne può' piu' fare a meno. Per 
cercare di stemperare la oscillazione violenta tra 
alti e bassi che l'uso del CRACK comporta e fron- 
teggiare in parte il necessario e costosissimo au- 
mento dell'uso delle dosi (ricordo che l'effetto di 
una dose dura pochi minuti) moltissimi tossicodi- 
pendenti diventano anche alcoolisti. 

Da ciò 1 deriva tutta una serie di problemi non solo 
fisici ma anche di trattamento visto che si crea una 
dipendenza crociata per cui se il soggetto ricomin- 
cia con l'alcool ritornerà' anche ad assumere 
CRACK e viceversa. 

Se un tossicodipendente da eroina o da cocaina 
tende a raggiungere una situazione di “rovina" 
personale in un periodo di tre o quattro anni un 
consumatore di crack arriverà' alla stessa soglia in 
sei mesi. 


Per dare una idea del “mercato" delle droghe a 
New York citerò' una notizia apparsa su U. S.A. 
TODAY il 20 giugno. Il titolo e 1 "For pushers, it's no 
longer cheap to beep" (Per gli spacciatori non sara' 
piu' a buon mercato usare i cercapersone). Due 
grosse compagnie che affittano cercapersone 
(beepers), usati dagli spacciatori per eludere i con- 
trolli possibili su linee telefoniche, hanno infatti de- 
ciso (per contrastare a loro modo ii mercato della 
droga) di far pagare maggiormente il costo di ogni 
chiamata al di sopra di un tetto che evidentemente 
e' superato dai pushers e non dai normali clienti. 
Le tariffe verranno aumentate di mezzo dollaro per 
ogni chiamata al di sopra delle cinquecento e di un 
dollaro sopra le mille chiamate mensili. Questa no- 
tizia la dice abbastanza lunga sul volume di affari 
che uno spacciatore medio può' avere. Le com- 
pagnie dei cercapersone doneranno il ricavato 
delia tassazione aggiuntiva a iniziative di preven- 
zione o di recupero dei tossicodipendenti. 
Evidentemente ritengono di ricavare una consi- 
stente quantità' di soldi dalla loro decisione. 

Intanto , secondo un rapporto di quest'anno della 
divisio servizi per l'abuso di sostanze dello Stato di 
New York (1 ) "data la attività' di strada aggressiva, 
competitiva e tendente alla intimidazione che cir- 
conda il traffico del crack e l'attività' psichica della 
sostanza sui consumatori la violenza all’interno 
della citta' e' probabilmente aumentata". Sempre 
secondo questo rapporto, inoltre, l'uso del crack 
potrebbe anche aumentare il problema dell'uso di 
eroina come compensazione alla depressione, alla 
ansietà', ed alla insonnia. Questo, a sua volta, po- 
trebbe maggiormente aggravare il problema 
A.I.D.S. per lo scambio di siringhe (che in U.S.A. 
sono ottenibili solo su prescrizione medica). 

In effetti due segnali sono abbastanza preoccu- 
panti: sulle strade di New York a detta della polizia 
c'e' piu' eroina che appare anche con un maggiore 
grado di purezza. Inoltre, fonti bene informate mi 
hanno riferito come, in paesi dove normalmente si 
coltiva solo la coca, si stia tentando di trapiantare il 
papavero da oppio. 


Che significa tutto questo? 

Una interpretazione la fornisce il rapporto citato 
precedentemente: l'eroina per livellare gli effetti del 
CRACK, al posto o assieme all'alcool oppure si 
prepara una rilancio della eroina in un mercato che 
sino a questo momento si manteneva stabile per 
quanto riguarda l'uso di questo prodotto. 


32 


tossicodipendenze 


Resta il fatto che da quando c'e' il CRACK sono 
aumentati gli omicidi aumenta la prostituzione e 
che una attività' di produzione e vendita artigianale 
e‘ diventata uno dei maggiori business di New 
York. 

Nel 1986 un rapporto dello Stato di New York(2) 
sulla popolazione con età' al di sopra dei 18 anni 
rilevava come piu' del 9% avesse usato cocaina 
durante la sua vita. Questi dati indicavano un peg- 
gioramento riguardo ad una rilevazione del 1981 
dove la percentuale si attestava al 6%. 

Secondo lo stesso studio nel 1986 era possibile 
affermare che il 2% della popolazione aveva usato 
cocaina nell'ultimo mese e che circa l'1% degli 
adulti, ogni anno, iniziava ad usare coca. Circa 
l'1% della popolazione riferiva dipendenza da co- 
caina al momento della rilevazione. 

Considerando, poi, un rapporto del 1986 (3) nello 
stato di New York almeno il 29% degli adulti (circa 
3,7 milioni di persone) avrebbero usato nella loro 
vita sostanze illegali. La considerazione che un 
quarto di questi avesse usato marjuana non atte- 
nua la gravita' del dato. 

Queste indagini, inoltre, sarebbero ancora piu' 
pesanti se estese anche ai minori di 18 anni ed alle 
persone di fatto presenti nello stato ma non 
residenti (soggiorni temporanei, immigrazioni ille- 
gali ecc.). 

La situazione della grande New York (come di al- 
cuni altri grossi centri U.S.A. - es. Los Angeles) e' 
particolarmente importante perche' nei grossi centri 
urbani i fenomeni di abuso si consolidano prima di 
espandersi nella nazione. New York precede di 
alcuni anni la situazione in altri territori statunitensi. 
Un fenomeno nuovo, una nuova linea di tendenza 
possono anche impiegare tre, quattro anni di 
tempo per arrivare sino a Pittsburg (che' e' relati- 
vamente vicina) ed essere contemporaneamente 
presenti a Los Angeles o a Washington. 

Il Crack ha incominciato la sua storia probabil- 
mente attorno al 1980 ed ha aumentato la sua in- 
cidenza mano a mano che il prezzo della cocaina 
scendeva perche' il mercato di questa sostanza 
cominciava a saturarsi. 

E' comunque difficile capire per quale motivo e 
secondo quali regole la diffusione dell'uso di una 
sostanza si sviluppi e si espanda ma e' ancora piu' 
difficile comprendere come mai questo ritardo dif- 
ficilmente venga utilizzato per intervenire preven- 
tivamente. 

Questo accade negli Stati Uniti ed accade anche in 
Europa dove pare che le precedenti esperienze 
non abbiano insegnato nulla. 


Quando i documentari televisivi ci mostravano 
l'eroina nel Nord Europa sembravano rappresen- 
tazioni fantascientifiche. Pensavamo che nulla del 
genere avrebbe mai potuto capitare in Italia e che, 
probabilmente, un certo lassismo (cosi' si diceva) 
morale di quei paesi favoriva fenomeni di degene- 
razione della società'. Poi l'eroina arrivo' anche da 
noi e sta lasciando segni piu' pesanti di quanto 
abbia fatto in Olanda o Danimarca. Ora guardiamo 
a New York o agli Stati Uniti come se vedessimo 
un telefilm, una rappresentazione delle creazioni 
fantastiche di uno sceneggiatore, mentre il con- 
sumo della cocaina va progressivamente aumen- 
tando anche in Italia ed il CRACK, ormai e' ap- 
prodato in Europa. Negli Stati Uniti approssimati- 
vamente quindici milioni di persone hanno provato 
la cocaina e circa cinque milioni hanno bisogno di 
assistenza medica (4). 

Il processo di "negazione" o forse di "rimozione" 
del problema si e' verificato, comunque, anche 
negli Stati Uniti prima che da noi. Le persone che a 
vario titolo lavorano nell'ambiente delle tossicodi- 
pendenze e gli stessi tossicodipendenti sono una- 
nimi: la cocaina era stata pesantemente sottova- 
lutata. Illustri professionisti persino su "testi sacri" 
della medicina e della psichiatria sostenevano 
come la cocaina non desse dipendenza. Questa 
droga veniva considerata un abuso piacevole di cui 
si poteva fare senza dubbio a meno ma che co- 
munque non avrebbe creato cosi' grossi danni. 
L'autoaccusa che negli Stati Uniti si sta facendo 
riguarda proprio il fatto di avere abbassato la 
guardia per ignoranza o trascuratezza lasciando 
delle strade aperte soprattutto a livello culturale. 
Noto a questo punto che queste medesime strade 
culturali sono aperte anche in Italia. Molti miei col- 
leghi, operatori nel settore della terapia della tos- 
sicodipendenza, considerano il fatto che un loro 
paziente assuma cocaina un problema minore ri- 
spetto all'uso di eroina e la popolazione generale e' 
convinta della equazione tossicodipendente = 
eroinomane endovena. Se in una classe delle 
scuole medie parlate di eroìna e di "buchi" i ragazzi 
vi guardano preoccupati ma se parlate di feste e di 
coca ... sorridono. Nei prossimi anni, quindi, con 
molta probabilità' pagheremo duramente per que- 
sta guardia troppo bassa. Forse un errore che 
viene fatto e' quello di assimilare il concetto di di- 
pendenza fisica ai segni di astinenza periferici 
(nausea, vomito, brividi di freddo, diarrea ecc.). La 
dipendenza per la cocaina e crack non si manife- 
stano principalmente con segni periferici ma con 
effetti sui tono dell'umore e sui sentimenti. Non per 
questo la depressione ed il desiderio compulsivo 


33 



tossicodipendenze 


della sostanza sono meno gravi e disturbanti e la 
loro genesi e' solo in parte psicologica. 

Le depressioni post-uso del CRACK che suben- 
trano praticamente da subito sono il segno di uno 
sbilanciamento grave dei meccanismi neuronali 
centrali cosi' come a questi sbilanciamenti di fun- 
zionamento vanno attribuiti i sintomi psicotici deri- 
vanti dall'uso di queste sostanze. 

D'altra parte non e' la prima volta che la trascura- 
tezza preventiva derivante da una analisi troppo 
superficiale dei problemi provoca danni enormi. 
Oltre alla citata incredulità' di fronte alla espan- 
sione del fenomeno eroina in Italia (e nel mondo) 
lo sbaglio e' stato ripetuto quando, non preoccu- 
pandoci assolutamente di realizzare campagne di 
prevenzione per istruire gli eroinomani a difendersi 
dalla epatite, abbiamo lasciato aperto la strada alla 
diffusione dell'A.I.D.S.. Cosi', ora l'infezione, uscita 
dalle categorie a rischio, riguarda ciascuno di noi 
compreso i “ben pensanti" che con orgoglio hanno 
sempre sostenuto che non bisognava dare le si- 
ringhe ai drogati. 

Negli Stati Uniti la questione delle siringhe e' an- 
cora aperta. Visto che sono in vendita solo su 
prescrizione medica (!?) ci si e' impegnati in cam- 
pagne, anche con operatori di strada, per inse- 
gnare a disinfettare le siringhe con la candeggina 
prima di usarle. “Clean it with thè bleach" (Puliscila 
con la candeggina) dice lo slogan che ho visto 
anche in grandi poster per le strade. Peccato che, 
anche qui, si sia arrivati solo dopo che il virus dell' 
A.I.D.S. si era diffuso. Nelle grandi citta' tra gli 
eroinomani e.v. la percentuale di sieropositivi H.I.V. 
e' analoga alla nostra. Il virus H.I.V. e 1 percentual- 
mente piu' presente tra gli omosessuali semplice- 
mente perche' la maggior parte dei tossicodipen- 
denti usa cocaina per via nasale o CRACK che si 
fuma e, quindi, non scambia siringhe. Ecco spie- 
gata, almeno in parte, la diversa epidemiologia 
H.I.V. riscontrata per i paesi mediterranei tossico- 
dipendenti. 


L'intervento terapeutico e riabilitativo 

Una premessa fondamentale e' indispensabile; il 
sistema sanitario U.S.A. e' molto diverso dal no- 
stro. La salute, o meglio, la terapia non e' ritenuta 
un diritto ma un servizio che va pagato diretta- 
mente dal cittadino che ne usufruisce. L'intervento 
del settore privato e' decisamente preponderante 
ed il privato e' generalmente a fini di lucro. Poiché' i 
costi della assistenza sanitaria sono notevolissimi i 


cittadini ricorrono ad assicurazioni di malattia pri- 
vate che sono decisamente care e che si differen- 
ziano fra di loro per i servizi offerti in relazione a 
quanto l'assistito paga. Se si possiede una assi- 
curazione di alto livello si viene assistiti dovunque 
ma se la assicurazione non e' buona e' anche 
possibile che l'ospedale privato non vi accetti . 
D'altra parte anche in albergo o avete una carta di 
credito o pagate anticipato! Esiste una fascia di 
povertà' che viene assistita gratuitamente negli 
ospedali pubblici ma esiste anche una popolazione 
ancora piu' grande che non e' cosi' povera da aver 
diritto alla assistenza gratuita ma non e' nemmeno 
cosi' ricca da avere una buona assicurazione. 
Questa organizzazione, evidentemente, mostra la 
corda proprio nel settore della tossicodipendenza 
(e dell'A.I.D.S.) dove, invece, sarebbe indispensa- 
bile mettere meno ostacoli possibile all'accesso dei 
tossicodipendenti al trattamento. Uno dei punti del 
piano Bennet (specie di alto commissario per la 
droga in U.S.A) dovrebbe prevedere, appunto, il 
potenziamento della assistenza gratuita ma non e' 
detto che vengano stanziati fondi sufficienti per 
questo tipo di intervento. 

In Italia la situazione e' apparentemente molto di- 
versa: tutti i cittadini hanno diritto aH'intervento del 
Servizio Sanitario Nazionale e lo Stato fornisce di- 
rettamente la parte preponderante della terapia e 
dell'assistenza anche nel campo delle tossicodi- 
pendenze dove il Servizio Pubblico assiste circa il 
triplo dei tossicodipendenti che sono in carico al 
privato. 

Il privato italiano che lavora nel settore delle tos- 
sicodipendenze e' normalmente non a fini di lucro 
o, almeno, cosi' deve dichiararsi per usufruire delle 
sovvenzioni statali. 

Negli Stati Uniti come in Italia il sistema di inter- 
vento pubblico ha iniziative variabili per qualità' e 
quantità' e la variabilità' dipende da stato a stato, 
da regione a regione e da citta' a citta'. 
Ciononostante e' possibile esprimere dei criteri 
generali di valutazione sul sistema di intervento 
statunitense inteso nella sua globalita'. 

Il sistema di intervento statunitense ha piu' espe- 
rienza ed e' quindi piu' maturo. Gli operatori sono 
generalmente piu' preparati dei nostri perche' 
possono usufruire delie conoscenze di uno staff 
dirigente piu' anziano che trasmette una cultura ed 
una prassi già' consolidata. 

Lavorare in questo settore, inoltre, non e' per nulla 
penalizzante. 

Ad esempio, un medico che lavora in questo 
campo , generalmente non si considera e non e' 


34 




tossicodipendenze 


considerato come una persona che si e' adattata 
ad un lavoro di ripiego. Lavorare nelle tossicodi- 
pendenze può' rendere moltissimo. Chi sa mettersi 
in luce ed e' ben preparato professionalmente può' 
avere molte possibilità' di esercitare ottimamente la 
sua professione. 

La concorrenza commerciale spinge i centri privati 
a raggiungere la massima qualità' minimizzando i 
costi. Questo non lascia generalmente spazio ad 
operatori poco qualificati o approssimativi 
(qualunque sia la loro professionalità') ed i pro- 
grammi offerti appaiono molto ben elaborati. 

Non sono, comunque, solo le figure professionali 
ad avere una alta qualificazione. Il volontariato e' 
molto consapevole e formato ai compiti che si 
propone. Spesso si specializza in un determinato 
settore di intervento e sviluppa programmi di ottimo 
livello. 

Spesso ai programmi del privato, del pubblico e del 
volontariato sociale partecipano come operatori 
degli ex tossicodipendenti che generalmente 
conducono dei gruppi di auto-aiuto funzionananti 
sul modello dell'alcoolisti anonimi. 

Questi gruppi hanno una grossa diffusione negli 
States. La quasi totalità' dei terapeuti che ho avuto 
l'occasione di conoscere negli U.S.A. ritiene im- 
possibile trattare un tossicodipendente se questi, 
contemporaneamente alla terapia, non partecipa 
anche a gruppi di auto-aiuto. 

Il gruppo di questo tipo non ha funzione terapeu- 
tica che viene, invece, svolta da personale quali- 
ficato a questo compito. I limiti ed i confini dei di- 
versi interventi sono molto chiari sia nella mente 
dei pazienti che degli operatori. 

I gruppi di auto-aiuto per tossicodipendenti, in 
Italia praticamente non esistono anche se ho noti- 
zia di qualche sporadica esperienza. Negli U.S.A. 
sono nati dopo che alcuni tossicodipendenti hanno 
partecipato a gruppi della Alcoolisti Anonimi ap- 
prendendone il metodo e riapplicandolo per altre 
tossicomanie. I gruppi per cocainomani e quelli per 
eroinomani pare abbiano maggiori problemi di fun- 
zionamento rispetto a quelli per alcoolisti riu- 
scendo, comunque, ad avere una buona diffusione 
territoriale. Possono o no far parte di programmi 
piu ampi lavorando in diretta connessione con 
ospedali e centri pubblici o privati anche comuni- 
tari. 

Esiste anche un'altra forma di intervento che in ita— 
lia e' praticamente sconosciuta: il programma in 
regime di ricovero. Negli Stati Uniti e' normale che 
esistano reparti specializzati per la terapia delle 


tossicodipendenze. In Italia questi reparti non sono 
stati realizzati per motivi essenzialmente ideologici. 
Per un certo numero di anni la parola d'ordine 
relativa al trattamento delle tossicodipendenze fu 
"demedicalizzare" l'intervento. Si decise che i ser- 
vizi psichiatrici non dovessero occuparsi dei tos- 
sicodipendenti e che i ricoveri avvenissero in re- 
parti di medicina generale. La demedicalizzazione 
della tossicodipendenza avveniva, tra l'altro, in un 
momento in cui attraverso gli spazi aperti dai nuovi 
servizi per la cura delle tossicodipendenze si 
apriva una maggiore offerta di lavoro per psicologi 
ed assistenti sociali. I medici ed i medici psichiatri 
non fecero obiezioni: in realta' non avevano nes- 
suna intenzione di occuparsi di tossicodipendenti. 
Evidentemente lo spazio aperto a nuove profes- 
sioni provoco' per un certo periodo l'illusione di 
migliori risultati con metodi diversi da quello sani- 
tario ma presto ci si accorse che l'unico approccio 
possibile al problema era, in realta', multidiscipli- 
nare. Sulla multìsciplinarieta' in questo momento 
nessuno pone dubbi o questioni di fatto, pero' le 
diverse figure professionali stentano a trovare un 
equilibrio tra i vari modelli e gli approcci dei servizi, 
solo in apparenza molto simili, tendono ad essere 
condizionati dalla prevalenza (numerica o ideolo- 
gica) di questo o di quel gruppo. Tuttavia in questa 
bagarre, che non e' ancora finita (e forse non lo 
sara' mai), il sistema di intervento Italiano si e' di- 
menticato di qualificare la funzione del trattamento 
in regime di ricovero. 

Visto dalle comunità' terapeutiche come una fun- 
zione necessaria ma indifferente ("basta che il 
soggetto arrivi disintossicato") e dai servizi territo- 
riali come un momento transitorio all'interno di un 
progetto individuale (psicoterapico o sociorianbili- 
tativo) il ricovero del tossicodipendente in Italia e' 
diventato l'anello debole di un sistema a rete che 
rischia di avere maglie troppo larghe. 

In regione Lombardia, alcuni anni, fa l'allora as- 
sessore Moroni presento' un progetto di struttura- 
zione di reparti specializzati ma venne accusato di 
volere istituire dei piccoli manicomi ... e non se ne 
fece piu' nulla. 

Cosi', "per non discriminare", i tossicodipendenti 
stanno in reparti che non sono costruiti per loro, 
assieme a patologie del tutto diverse, con un per- 
sonale che non può' gestire la loro presenza (e non 
e' nemmeno preparato a farlo) e con programmi 
che, paradossalmente, possono essere esclusiva- 
mente di tipo farmacologico. Proprio l'opposto di 
quello che si voleva! I tossicodipendenti si sentono 
cosi' rifiutati e mal-trattati da un ambiente che non 
vuole accoglierli mentre proprio nel momento in cui 


35 




tossicodipendenze 


devono allontanarsi dalla sostanza vengono la- 
sciati soli in un letto con una flebo continua nel 
braccio (cosi 1 almeno stanno tranquilli). 

I risultati sono quelli che sono ma, naturalmente, la 
colpa e' del tossicodipendente che "per sua natura" 
e' soggetto a ricadute e non rispetta le regole. 

Negli States ma, per quanto io ne sappia, anche in 
molte altre parti del mondo il trattamento ospeda- 
liero e' qualcosa di veramente diverso da quanto 
praticato in Italia. Il ricovero e' un momento che 
viene utilizzato per attività' propriamente terapeu- 
tiche ma anche di sostegno, di informazione e di 
discussione in un regime organizzativo di tipo 
para-comunitario estremamente definito. Queste 
attività', tra l'altro, sono prevalentemente non me- 
diche! 

Nel sistema di intervento italiano vi sono solo 
estremi: o una persona e' capace di astenersi 
dall'abuso partecipando ad un programma in cui 
viene visto, magari settimanalmente, dallo psico- 
logo di un servizio territoriale (e per il resto e 1 la- 
sciato e se’ stesso) , oppure l'unica alternativa 
possibile resta l'abbandono della propria realta' 
sociale per un intervento comunitario a lungo ter- 
mine. 

Esistono anche centri diurni ma, il piu' delle volte, 
sono costruiti per il recupero di emarginati a bassa 
qualificazione professionale. 

Tutto questo deriva dallo stereotipo culturale droga 
= devianza = emarginazione = disagio giovanile 
che, tradotto in una politica di controllo e sicurezza 
sociale, tende a favorire l'allontanamento dal terri- 
torio del tossicodipendente e di fronte alla droga 
intesa come epidemia vede la comunità' terapeu- 
tica come sanatorio in cui si resta sino a guari- 
gione. 

II sistema italiano soffre, inoltre, di un altro male 
che non e' riscontrabile in altri paesi: 
l'allontanamento del medico psichiatra dalla dia- 
gnosi e dalla terapia del tossicodipendente. La 
causa e', da una parte, demagogica e, dall'altra, 
economica. 

E' demagogico pensare di affidare diagnostica e 
terapia del tossicodipendente al medico di medi- 
cina generale. Tutte le droghe sono sostanze psi- 
coattive ed il medico di medicina generale non ha 
la preparazione tecnica per una diagnosi differen- 
ziale tra una patologia psichica provocata da una 
sostanza ed una patologia psichica primaria cui 
l'abuso potrebbe anche essere secondario. Questa 
diagnosi diventa, poi, di vitale importanza per 
droghe quali la cocaina ed il crack che producono 


principalmente sintomi psichici che vanno dalla 
psicosi alla depressione. La terapia medica della 
tossicodipendenza prevede, poi, l'uso di sostanze 
psicoattive che il medico di medicina generale non 
e' preparato ad usare propriamente. 

Nei servizi multidisciplinari, quindi, quando il me- 
dico e' (come generalmente previsto) un medico di 
medicina generale la persona che maggiormente 
"sa di psiche" resta lo psicologo che, tuttavia non 
ha la formazione diagnostica clinica necessaria per 
sostituirsi al medico. 

La causa economica della assenza dello psichiatra 
e' presto detta: le attuali normative per i concorsi 
dei medici prevedono che la specialità' possa es- 
sere chiesta solo dal livello di aiuto. Per i servizi 
tossicodipendenze sono previsti soprattutto medici 
assistenti (il gradino piu' basso della carrriera ed il 
meno retribuito). Prevedere, quindi, un medico 
psichiatra nei servizi territoriali comporterebbe un 
aggravio di spesa per il Servizio Sanitario 
Nazionale. 

L'escamotage dell'utilizzo degli assistenti di medi- 
cina generale risolve cosi' tutta una serie di pro- 
blemi: al Servizio Sanitario Nazionale permette di 
risparmiare soldi, agli psicologi consente di essere 
maggiormente valutati nel loro ruolo (anche se a 
sproposito), a chi fa della demagogia non si forni- 
sce il fianco per critiche di "psichiatrizzazione". Chi 
finisce per rimetterci e' il tossicodipendente che, 
pero', non lo sa e quindi non e' nella condizione di 
protestare anche perche' in alcune Regioni Italiane 
i servizi sono cosi' scarsi che già' una equipe mul- 
tidisciplinare (qualunque medico ci sia) e' comun- 
que un grosso lusso. 

D'altra parte, anche negli Stati Uniti, come già' 
accennavo prima, la distribuzione dei servizi non e' 
uniforme per tutto il territorio e lo stesso sistema 
sanitario ha dei grossi punti deboli per la assi- 
stenza dei meno abbienti. Quindi, di fronte ad un 
ottimo livello di molti centri pubblici e privati che 
hanno personale e know-how per intervenire con 
efficacia, di fronte alla offerta di programmi piu' ra- 
zionale e meno "estremista" di quella italiana, esi- 
stono anche negli U.S.A. dei grossi buchi nella rete 
del sistema di intervento per le tossicodipendenze. 

Parlando con dei rappresentanti della comunità' di 
colore di Atlanta mi veniva fatto presente che pro- 
prio in questa comunità' si era stati troppo tolleranti 
nei confronti delie droghe anche perche', almeno in 
fase iniziale, qualcuno aveva visto in questo com- 
mercio la possibilità' di un riscatto da ataviche 
condizioni di miseria. Lo Stato, tuttavia, interveniva 
a livello terapeutico offrendo una troppo scarsa 


36 




tossicodipendenze 


disponibilità' di programmi ospedalieri gratuiti. La 
possibilità' di "tirare fuori dal giro" il maggior nu- 
mero di persone possibile restava cosi' una utopia. 
A mio parere questa situazione, che si ripete in 
diverse parti del territorio U.S.A., fa parte di un 
meccanismo “perverso" che andrebbe in qualche 
modo spezzato. 

La terapia dei tossicodipendenti e' diventata un 
grosso business per la sanità' privata americana. 
Questo da anche dei vantaggi perche' in un clima 
di concorrenza (e di tariffe abbastanza elevate) 
non solo si deve lavorare con maggiore profes- 
sionalità' ed, in qualche modo, si devono mostrare 
dei risultati ma anche l'organizzazione dei servizi e' 
piu' mirata alle esigenze del paziente (per esempio 
sugli orari di apertura) che dello staff. Tuttavia non 
si può' chiedere alle organizzazioni private di farsi 
carico anche di quei problemi che non danno red- 
dito. 

Se il sistema pubblico rimane non proporzionato 
alle esigenze si crea una fascia di non assistenza 
che, guarda caso, a livello sociale, e' proprio quella 
dove si collocano molti spacciatori-consumatori 
che sostengono gran parte della diffusione capil- 
lare delle sostanze di abuso. 

Se questa fascia resta "nel giro" il mercato può' 
continuare ad esistere e prosperare e se il mercato 
prospera ed esiste, prosperano anche i centri pri- 
vati che hanno fatto, appunto, della terapia un 
grosso business. Questo, evidentemente, non si- 
gnifica che il privato promuove il commercio della 
droga ma che non ha moltissimo interesse che lo 
Stato finanzi direttamente programmi gratuiti di 
recupero perche', se funzionassero, porterebbero 
un danno diretto ed indiretto ad una attività' com- 
merciale che funziona benissimo. 

A questo punto sorge il problema di dove lo Stato 
sceglie i suoi consulenti per ia programmazione 
degli interventi. 

I grandi esperti del trattamento degli Stati Uniti 
sono contesi dalle cliniche private e, talvolta, sono 
loro stessi proprietari di cliniche. 

La loro professionalità' ed esperienza e' indiscussa 
tanto che anche i critici del grande business delle 
disassuefazioni riconoscono ai loro centri alte 
percentuali di successo. Questi grandi esperti 
fanno opinione, scrivono libri, appaiono sui media 
e spesso sono consulenti formali o informali degli 
amministratori pubblici che si occupano di pro- 
grammazione. Tuttavia, per forza di cose, i loro in- 
teressi economici non coincidono con un eventuale 
diffuso intervento gestito direttamente dallo Stato. 
Questo non significa che siano in malafede nel 
momento in cui forniscono pareri e consulenze ma 


che il loro punto di vista e' inevitabilmente unilate- 
rale. 

Questa cosa avviene anche in Italia. Quando pe- 
riodicamente viene rilanciata dai media una 
"emergenza droga" iniziano consultazioni per 
l'indirizzo di provvedimenti di emergenza ed i 
consultati sono personaggi che, se da una parte 
hanno grandissimi meriti, dall'altra gestiscono ca- 
tene di strutture o megastrutture private che hanno 
parte del loro interesse contrastante con la 
possibilità' un piu' diffuso intervento dello Stato. 

La situazione italiana, in un certo senso, e' ancora 
peggiore di quella statunitense in quanto negli 
U.S.A. i centri privati sono spesso dichiaratamente 
"profit" e traggono il loro sostentamento dalle rette 
pagate direttamente dai pazienti o comunque dalle 
loro assicurazioni mentre in Italia i centri privati si 
dichiarano non a fini di lucro e gran parte della loro 
sussistenza deriva da fondi pubblici e da dona- 
zioni. I fondi pubblici, in particolare, vengono 
spesso assegnati senza precisi criteri standard e 
provengono da diverse istituzioni dello stato 
(Ministeri, Regioni , Comuni ecc.) cosicché' e diffi- 
cilissimo stabilire quanto lo stato investe per so- 
stenere il sistema privato. 

I consulenti che provengono dal sistema privato 
sono, per loro natura, "conservatori" in quanto 
tendono a conservare il sistema in atto (che ha 
permesso loro di raggiungere meritate posizioni di 
indubbio prestigio) ed evidentemente lavorano per 
rafforzare le istituzioni che si muovono in un'area di 
affinità' culturale ed operativa. 

Forse questo e' uno dei motivi (probabilmente non 
l'unico) per cui negli U.S.A. ed in Italia le risorse 
attribuite al servizio pubblico appaiono costante- 
mente carenti. D'altra parte chi gestisce organiz- 
zazioni private ha spesso portato nella struttura- 
zione di questi centri un modello organizzativo 
molto personale. Di conseguenza e' in buona fede 
convinto che "cose analoghe non possano essere 
fatte da altri ed in particolare dal servizio pubblico". 
Cosi', mentre da una parte non perde l'occasione 
di affermare sui giornali e a conferenze che lo 
Stato non risponde adeguatamente al problema 
dell'assistenza, dall'altra crede che il modello di 
intervento valido sia quello che lui propone e che 
questo modello sia irripetibile in una organizza- 
zione diversa dalla sua. 

L'apporto di questi "grossi personaggi" al lavoro 
anche di commissioni a livello regionale o nazio- 
nale diventa cosi' inaspettatamente estremamente 
povero di idee e contenuti e frenante per qualsiasi 
innovazione che non vada nel senso di rafforzare 


37 




tossicodipendenze 


l'esistente. Mi sembra che questa situazione, con 
differenti modalità' riferite a diversi contesti av- 
venga al di qua ed al di la' dell'oceano. Tuttavia in 
Italia si sta verificando un fatto che negli U.S.A e' 
già' avvenuto. Chi per diversi motivi abbia seguito 
la storia della televisione privata in Italia può' pro- 
babilmente meglio seguire questo tipo di ragiona- 
mento. 

All'inizio c'era la R.A.I. e null'altro. Poi, anche 
sull'onda di una riforma culturale in parte sponta- 
nea che non accettava una unica fonte di comu- 
nicazione televisiva a livello dello stato centrale, 
incominciarono a nascere le prime televisioni allora 
dette "libere". Venivano viste con favore dalla 
gente anche se molto artigianali e di bassa qualità' 
ma rappresentavano qualcosa di diverso. Il poter 
trasmettere (anche per radio) era comunque con- 
siderato una forma di liberta' di espressione e 
questo favori' (insieme alla inerzia politica ed a 
possibili interessi commerciali) la impossibilita' di 
una regolamentazione. Lo Stato non poteva e non 
doveva porre dei limiti. Questo provoco' una lotta a 
coltello per il possesso delle frequenze fino a che 
trionfo' chi poteva investire (e ricavare) grossi ca- 
pitali dalla attività' imprenditoriale televisiva. 
Nacquero cosi' i grossi network. Ora i network 
dettano legge sul mercato e contribuiscono ad in- 
nalzare il costo del prodotto televisivo. A questo 
punto si riparla di regolamentazione che servirà' a 
consolidarne la esistenza impedendo nuovi facili 
accessi al sistema televisivo. Le "televisioni libere" 
non se le ricorda piu' nessuno. 

In Italia sta succedendo la stessa cosa nel sistema 
di intervento sulle tossicodipendenze con la diffe- 
renza che il “potere" dei servizi pubblici e' molto 
piu' debole rispetto a quello della R.A.I. nei con- 
fronti delle televisioni private. 

Si cominciano ad individuare alcuni grossi network 
che, in futuro, condizioneranno pesantemente il 
"mercato" della terapia in Italia. 

Questi network potranno dettare legge sia nel 
campo della programmazione che in quello delie 
sovvenzioni essendo, tra l'altro, grossi gruppi di 
pressione elettorale e, quindi, politica. Ancora piu' 
di oggi, potranno selezionare l'utenza all'ingresso 
specialmente quando, con l'espansione dell'uso 
della cocaina, verrà' una forte domanda di terapia 
dalla classe media. Questo permetterà', tra l'altro, 
di dimostrare risultati migliori nell'intervento raffor- 
zandone notevolmente l'immagine. 

Il servizio pubblico dovrà' continuare ad esistere: 
mai cosi' forte per realizzare una eventuale con- 
correnza e nemmeno cosi' debole da non poter 
raccogliere chi, scartato dalla selezione dei pro- 


grammi privati, dovesse comunque essere inserito 
in programmi di controllo sociale. 

La domanda piu' consistente da parte delle classi 
medie comporterà' una differenziazione dell'offerta 
del privato e probabilmente verrà’ richiesta la col- 
laborazione di cliniche ed università' per la realiz- 
zazione di programmi intermedi simili a quelli di 
ricovero strutturato che ho descritto per gli U.S.A.. 

Il servizio pubblico e' possibile non riesca ad 
evolversi. Penalizzato nelle risorse per la man- 
canza di un progetto nazionale che definisca gli 
standard di intervento e vincolato ad una immagine 
di "bar metadonico" (che almeno in meta' Italia non 
corrisponde al vero ma che continua, anche stru- 
mentalmente, ad essergli appioppata), perderà' 
anche i professionisti piu' qualificati che avranno 
offerte migliori nel settore privato. 

Sebbene in un diverso contesto sociale, organiz- 
zativo e normativo, questo e' già' successo negli 
Stati Uniti. Nello Stato di New York esiste una cli- 
nica ad Albany dotata di piscina, vasca Jacuzzi, 
palestra e addirittura un negozio interno per i regali 
(5). Il trattamento residenziale per 29 giorni costa 
10.000 dollari (ma vi sono altre cliniche a New York 
che costano 1.000 dollari al giorno). Per chi si 
scandalizzasse dei prezzi ricordo che 29 giorni in 
un nostro ospedale costano attorno ai dieci milioni 
e che il potere di acquisto del dollaro e' diverso dal 
nostro. Diecimila dollari non e', quindi, una cifra 
stratosferica. Nella clinica di Albany 120 pazienti 
ricevono un counseling psicologico intensivo, tera- 
pie mediche ed un follow-up molto accurato che li 
seguirà' nel tempo. Ma in New-York si possono 
trovare anche programmi di metadone a manteni- 
mento che non forniscono approccio psicologico di 
alcun tipo e che si giustificano soltanto con la 
presupposta necessita' di contenere l'A.I.D.S.. 
Questi pazienti, abbandonati a se' stessi, spesso 
commerciano il metadone e usano anche cocaina 
endovena e CRACK. Gene R. Haislip, capo divi- 
sione della D.E.A (l'antinarcotici U.S.A.) ha dichia- 
rato alla stampa che centinaia o meglio migliaia di 
pazienti vendono il metadone ogni weekend. Solo 
nel 1987, 527 cittadini di New York sono entrati in 
trattamento per aver contratto dipendenza da me- 
tadone illegale (5). 


38 




tossicodipendenze 


Conclusioni 

Come si vede la situazione degli Stati Uniti e 
dell'Italia hanno piu' punti in comune di quanto si 
potrebbe immaginare dopo una osservazione su- 
perficiale. 

Uno dei fatti che mi ha particolarmente colpito e' la 
attenzione che mi e' stata dedicata in quanto 
“ospite straniero" e che mi ha permesso anche di 
incontrare direttamente e colloquiare senza assilli 
con grossi esponenti del sistema pubblico e pri- 
vato. Non si trattava esclusivamente di una forma 
di cortesia: anche negli Stati Uniti i contatti inter- 
nazionali ed i confronti in questo settore non sono 
molto frequenti! 

D'altra parte il 15 luglio il vertice di Parigi dei grandi 
paesi industrializzati ha ribadito la necessita' di piu 1 
stretti rapporti per quanto riguarda la repressione 
ed il controllo del traffico. Nonostante il sottofondo 
delle celebrazioni del bicentenario della rivoluzione 
francese, nessuna rivoluzione interesserà' il piano 
internazionale di intervento per la droga. 
Continueranno a confrontarsi politici, magistrati e 
poliziotti ma non chi fa terapia e, tantomeno, chi fa 
prevenzione. L'intervento preventivo, terapeutico e 
riabilitativo continuerà' a rimanere un fatto "locale" 
e, come al solito, nuovi abusi e nuove "epidemie" ci 
coglieranno di sorpresa. Potremo ancora dire "... 
non potevamo realmente immaginare che qualcosa 
di simile potesse accadere anche in Italia!" 
(ciascuno può' sostituire Italia con la nazione o il 
continente di sua scelta ... il senso non cambia). 

Gli Stati Uniti possiedono un sistema di intervento 
molto piu' evoluto e differenziato ed hanno un 
know-how decisamente superiore al nostro. 

In questo articolo non ho parlato dei sistemi infor- 
mativi e di documentazione, dei programmi carce- 
rari, e degli accordi aziende-sindacati per 
l'intervento sui lavoratori per non complicare ec- 
cessivamente la mia descrizione. 

Posso tuttavia assicurare che ho potuto osservare 
attività' veramente interessanti (sotto ogni punto di 
vista) che potrebbero essere oggetto di approfon- 
dito dibattito. Purtroppo, come in Italia, la rete di 
intervento presenta buchi troppo ampi nelle sue 
maglie. Per questo perde molta della sua efficacia. 
Se la cultura europea e statunitense potessero 
incontrarsi in questo campo e contaminarsi reci- 
procamente, molto probabilmente, avremmo tutti 
da guadagnarci. 

La terapia dei tossicodipendenti non può' sempli- 
cemente diventare un grosso business in tutto il 
mondo. I governi devono riuscire a pianificare in 
una ottica internazionale la necessita' di intervento 


preventivo e terapeutico/riabilitativo indipendente- 
mente dalle esigenze dei grandi network privati. 
Questi possono costituire una parte importante 
della rete di intervento ma non devono essere gli 
unici ed esclusivi detentori non solo della cono- 
scenza e della qualità' tecnica dell'intervento ma 
anche della attività' di consulenza per le politiche 
nazionali. 

Purtroppo la situazione non appare affatto rosea 
per il futuro. Abbiamo spesso seguito la storia degli 
Stati Uniti nel campo dell'abuso e se cosi' sara', il 
CRACK e molto vicino a noi. Riusciremo a intra- 
vedere il sereno solo se a livello internazionale ci 
renderemo veramente conto che la droga, come 
l'inquinamento e lo squilibrio tra nord e sud del 
mondo, e' uno dei grandi problemi della nostra era 
e agiremo uniti, di conseguenza. Per adesso, tut- 
tavia, ci sono ancora tanti temporali sulla nostra 
testa e siamo troppo preoccupati delia pioggia che 
entra sul nostro balcone per accorgerci che, fuori, il 
fiume sta straripando. 

Dott. Riccardo C. Gatti 

agosto 89 


Bibliografia: 


Quanto riferito in questo articolo e' tratto principalmente 
dalla esperienza personale nel settore e dai confronti 
avvenuti in Italia ed all'estero con operatori del settore, 
giornalisti, magistrati, poliziotti, educatori, uomini politici, 
amministratori, tossicodipendenti e gente comune. Per 
questo e' molto difficile dare riferimenti bibliografici oltre 
che per alcuni dati citati. 

1) New York State Division of Substance Abuse Services 
(1989), The problem of CRACK in New York City, New 
York. 

2) New York State Division of Substance Abuse Services 
(1986), Cocaine Use Among New York State Residents, 
New York. 

3) New York State Division of Substance Abuse Services 
(1986), An Overwiev of lllicit Substance Use Among 
Adults in New York State, New York. 

4) Carlton E. Turner (1988), The Cocaine Epidemie and 
Prevention of Future Drug Epidemics, Psychiatric Annals 
voi. 18, n.9. 

5) Thomas J. Maier (1989), A Failing Drug Treatment & 
Tale of Two Treatments, Newsday june 12, 1989, New 
York. 


39 




IL PROIBIZIONISMO 


I governi della destra sociale 
hanno imposto in questi anni 
provvedimenti criminali in materia 
di stupefacenti. 

La legge oggi in vigore, la 
Russo Jervoìino, e’ inutile e 
dannosa. Punisce il consumo, 
mistifica la natura delle sostanze, 
spalanca le porte delle carceri a 
migliaia di tossicoipendenti. 
Questa legge e’ un errore tragico 
in linea con le altre scelte, 
egualmente nefaste, in materia di 
sanità’, pensioni, lavoro. 

II 18 ottobre 1992 sono trascorsi 
17 anni dall’ occupazione del 
Centro Sociale Leoncavallo: una 
storia fatta di un lavoro 
quotidiano per costruire e 
praticare un progetto di 
trasformazione sociale. 

Forte delle sue lotte e dei suoi 
morti, della continua opposizione 
all’eroina, ma anche di una 
profonda coscienza 
antiproibizionista, il Centro 
Sociale Leoncavallo aderisce al 
presidio che si svolgerà’ in 
Piazza Argentina dalle ore 12 alle 
22 di sabato 17 ottobre 1992. 


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F.I.P. MI Leoncavallo 22 - 16/10/92